Nel 2017 Lasciatevi Andare (e Amare)

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Ieri mattina stavo ascoltando Best Of You dei Foo Fighters e ho pensato che il 2016 mi ha fatto capire una cosa: siamo ridicoli. Ma tanto eh. Siamo ridicoli perché passiamo le nostre cazzo di giornate a fingere. Fingiamo continuamente e purtroppo non parlo solo dell’amplesso. Anche perché quando fingi l’amplesso significa che stai già fingendo da tempo tutto il resto. Parlo di come ci convinciamo, sulla base di assunzioni totalmente soggettive, pertanto distorte, pertanto infondate, che un determinato atteggiamento sia senza ombra di dubbio l’atteggiamento più giusto e socialmente corretto da assumere con quella persona o in quella situazione. Lo chiamo? No, metti che non può rispondere e poi si trova la chiamata persa e pensa “che ansia questa, ma chi la conosce, cosa vuole, solo perché una volta gliel’ho dato bene, che accollo”. No, l’atteggiamento giusto è non chiamarlo. Non fargli sapere che il suo pensiero ti martella la mente una buona manciata di ore al giorno, che la sua voce ti risuona in testa come una hit di Rovazzi alle feste della Lega, che se ripensi a quel bacio in ascensore ti si infiamma l’esofago. No, non sia mai. E quindi fingiamo. Vestiamo i panni di quelli che stanno alla grande, che si piacciono, che si bastano.

E per carità, il più delle volte è vero, che ci bastiamo. Schopenhauer diceva che si è liberi unicamente quando si è soli, e che quindi chi non ama la solitudine non ama nemmeno la libertà. In parte concordo. La solitudine va apprezzata e va vissuta, perché sì, rende liberi. Rende liberi perché è l’unico modo per riuscire a conoscersi, a starsi simpatici e ad amarsi, che guarda caso è l’unico modo per riuscire a conoscere, a farci stare simpatico e ad amare qualcun altro. La solitudine non è la fine. Però che cazzo, non è nemmeno il fine. Perché non prendiamoci in giro, l’uomo non è fatto per stare da solo. “Il suo bisogno di contatto è naturale, come l’istinto della fame” diceva Gaber. Sì, lo so, ti è andata male n volte su n e alla fine hai capito che forse è il caso di abituarsi a fare a meno di certe cose. Di certi gesti, di certe parole, di certi contorcimenti gastrointestinali che tanto li hai provati a vent’anni e vedi anche di ringraziare. Il punto è che abituarsi a una mancanza significa riuscire a sopravvivere serenamente nonostante questa. E significa che poi, quando chi ti ha lasciato quel piccolo vuoto intercostale si palesa con paletta e secchiello per riempirlo, a te non interessa più. Non ti interessa perché se qualcuno vuole riempirlo lo fa da subito e di sua iniziativa, non perché tu lo minacci con un AK47 o con un pomeriggio di shopping al Fiordaliso. Non ti interessa perché a riempirlo ci hai pensato da sola. L’hai arredato, come si fa coi tunnel senza la luce in fondo. Certo, probabilmente con qualcosa di più simile a mobili Ikea in pongo e saliva che a poltrone Frau e lampadari Flos ma tant’è.

Però, però. Niente di tutto ciò -nemmeno un’ingombrante scarpiera Bissa a due scomparti- può precludere alle tue giovani e per ora ancora toniche membra la possibilità che arrivi il Massimiliano Fuksas di turno a ridisegnare il layout della tua anima. Così, dal nulla, senza avere un progetto preciso. Niente studi prospettici, niente sezione aurea, niente citazioni neoclassiche né metafore magrittiane. Può capitare che questo passi di lì con un bozzetto improvvisato, che te lo sventoli davanti con noncuranza e che quell’impercettibile spostamento d’aria faccia crollare tutti i tuoi capitelli dorici, ionici e corinzi. E può capitare che in questo scenario postbellico tu capisca che Carthago delenda est, dove Carthago sta per tutti quegli aridi preconcetti che ti sei autoimposta di osservare e che forse è il caso di iniziare a prendere a devastanti craniate.

Perché non sta scritto da nessuna parte che siccome ti è andata male n volte su n non ti possa andare bene una volta su n+1. E nemmeno che siccome ti sei abituata a stare senza certi gesti, parole e contorcimenti gastrointestinali tu non abbia il diritto di tornare a pretenderli. Certo, le chance che ciò possa verificarsi sono direttamente proporzionali all’impegno che sceglierai di investire nel cercare di smettere di essere ridicola. Nel cercare di smettere di fingere. Nel toglierti il costume da Wonder Woman, che tanto non hai le tette per riempirlo. Nel gettare via la maschera. O nell’indossarla, se questo ti porta ad essere più sincera come nei migliori aforismi wildiani. A fare un lavoro analitico su di te. Letteralmente analitico, nel senso che ti scomponi brick by brick fino a che non ti convinci che i mattoni a vista hanno il loro perché. Nel senso che ti metti con calma davanti a tutti i tuoi lati peggiori, in modalità cabina armadio in disuso, e ti convinci che non fanno poi così schifo, che qualcuno potresti persino pensare di indossarlo alla luce del sole. Perché intravedi un paio di abbinamenti cromatici accettabili, perché quei capi hanno un senso, sono belli, eleganti, delicati, preziosi, fuori stagione, stropicciati, lisi, stinti, oversize ma sticazzi con quel fisico puoi permetterti qualsiasi cosa.

È lì che inizi a essere onesta. Con te, con il tuo cervello, il tuo cuore, le tue ovaie. Qualche tempo fa una persona mi ha detto che una donna che dimostra di avere cuore è più bella, più sexy, più donna. E qualche tempo fa un’altra persona mi ha detto che se la smetti di fare quel gioco sadico e autodifensivo che ti porta a torturare le persone sbagliate e ad evitare consciamente quelle giuste, rischi anche di poter essere felice. Il sillogismo deducibile da tutte queste cose, dette da tutte queste persone, è molto semplice.

È necessario che tu ti metta lì, in one-to-one, davanti al tuo punto debole. Quello lì, che sai che ti crea sempre casini. Quello che per un po’ riesci a nascondere ma prima o poi sfiati come un capodoglio. Quello che ti fa allontanare dalle persone prima che si accorgano che esista. Quello. Fissalo. Se ti spaventa, è normale. Se ti è indifferente, sei a cavallo. Se ti piace, hai vinto. Se mentre cerchi di capire cosa farne passa qualcuno che nonostante i tuoi tentativi di camouflage lo becca subito, hai stra-vinto. Se poi passa qualcuno in grado non solo di beccare subito il tuo punto debole, ma anche di farti venire voglia di smettere di considerarlo un punto debole, bè, sei davanti all’uno su n+1. A quel punto, se non smetti di fare la figa, di fingere di bastarti, di non averne bisogno, di non averlo visto, se non gli fai capire di essere completamente terrorizzata ma altrettanto convinta di voler passare il resto dei tuoi giorni tra le sue lenzuola, sei idiota. No peggio, sei ridicola. Che fa tanto 2016.