“Airpocalypse”: Quando le Città Chiudono per Smog

outdoor-gas-installation

La chiamano “Airpocalypse” perché non solo fa paura, ma uccide. In Cina lo smog è un killer silenzioso, ma tutt’altro che invisibile. Stando a quanto riferito dall’ex ministro della sanità Chen Zhu al South China Morning Post, nell’impero del Dragone ogni anno l’inquinamento uccide più di mezzo milione di persone. Numeri che confermano la gravità di un problema che negli ultimi mesi ha portato ad estreme conseguenze. Scuole ed edifici pubblici chiusi, aeroporti bloccati, autostrade in tilt, lavori vietati in molti cantieri edili e attività all’aperto vietate. Insomma, intere città chiuse per smog. La prima in ottobre fu Harbin, nella provincia cinese nordorientale dello Heilongjiang, tanto oppressa dall’inquinamento da costringere i quasi undici milioni di abitanti a restare chiusi in casa, come consigliato dalle autorità locali. Una fitta coltre di nebbia, un grigiore diffuso che rende impossibile non solo vedere a pochi metri di distanza, ma anche respirare. Anche quando ad Harbin, secondo le previsioni, c’è il sole.

Gli indici sono allarmanti: il livello delle polveri sottili ha raggiunto velocemente i 1000 microgrammi per metro cubo. Basti pensare che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità già una quota di 300 è da considerarsi nocivo per la salute. Un limite ampiamente superato in tutte le città cinesi, dato che preoccupa ancor più perché le microparticelle di Pm 2,5 sono le più pericolose per la salute umana, capaci di entrare nei polmoni e non uscirne più, in grado di raggiungere il sangue provocando affezioni gravissime.

Anche per questo motivo la Cina ha deciso di compiere uno sforzo gigantesco per affrontare il problema. Il governo di Pechino ha infatti stanziato 1700 miliardi di yuan, pari a 216 miliardi di euro, per abbattere le emissioni delle centrali elettriche e moderare gli effetti del traffico legato al sistema dei trasporti. La prima e più importante misura per migliorare la qualità dell’aria cittadina riguarda la produzione di energia. Saranno chiuse – almeno all’interno delle città – le centrali termoelettriche a carbone che verranno, se possibile, riconvertite a gas naturale.  A Pechino poi circolano ogni giorno più di 5 milioni di automobili. Un numero tanto spropositato da costringere le autorità comunali ad assegnare permessi di circolazione urbana con un’estrazione a sorte che premia pochi vincitori, in attesa che si diffondano i futuro mezzi meno inquinanti.

Non solo Harbin o Pechino però. A pagar dazio allo smog anche Qingdao, nel nord, e Nanchino, oltre a diverse città della fascia orientale da nord a sud, incluse le province Shandong, Jiangsu, Zhejiang, Shanghai e Tianjin. Spesso la Cina attribuisce l’alto livello di inquinamento dell’aria alla propria spaventosa produzione di carbone, soprattutto nell’area del nordest. E in effetti l’industria cinese marcia ancora per la maggior parte proprio a carbone: ne brucia circa quattro miliardi di tonnellate all’anno, quanto tutto il resto del mondo messo insieme. Un elemento che da solo tuttavia non spiega gli esorbitanti numeri di questo disastro ecologico.

Una tragedia calata nel quotidiano. Ormai appare quasi normale: si guarda fuori dalla finestra e per uscire ci si mette in faccia una mascherina da sala operatoria, o in alternativa di stoffa. I più consapevoli usano maschere antigas con il filtro. È diventata quasi una moda. Che tutti sperano cada presto in disuso.

Photo credit: christian.senger / Foter.com / CC BY-SA