Alitalia, le Divise Antisesso e il Web Contro Gramellini

Alitalia

Durante più o meno tutta la giornata di giovedì giornali e social sono stati monopolizzati da un unico argomento: le nuove divise Alitalia e la critica di Massimo Gramellini. Ma procediamo con ordine. Le nuove divise Alitalia sono una di quelle cose che quando le guardi ti sanguinano gli occhi, come le coppie che al ristorante tengono l’iphone sul tavolo o più genericamente Mario Adinolfi.

Tailleur rosso ciliegia, cappellino che indugia obliquamente sulla fronte stile Camilla Parker Bowles vittima dalla premenopausa e borsa, guanti, scarpe ma soprattutto calze verde bosco. Ora. Io capisco che le assistenti di volo debbano essere facilmente individuabili –che qualcuno vedendo tre donne gesticolare in mezzo al corridoio potrebbe ragionevolmente pensare si stiano asciugando lo smalto– ma in questo caso vale lo stesso principio di quando tutti ti guardano sorridere perché hai un seme di girasole incastrato tra gli incisivi. Al di là dello stupro cromatico dell’accostare due colori complementari, il tentativo tristemente patriottico di richiamare il tricolore (il bianco, probabilmente, è ciò cui andranno incontro per forza di cose i fidanzati delle hostess) sfocia piuttosto in un disgustoso richiamo natalizio, per almeno due motivi. Primo, perché se escludiamo i peli sulle guance queste povere malcapitate ricordano più il Grinch che Rosina Ferrario (la prima donna italiana a prendere il brevetto di volo, ndr, ignoranti), secondo perché l’unica occasione in cui una donna possa scientemente accettare di indossare collant verdi è a sette anni, quando alla recita scolastica le assegnano il ruolo dell’albero.

Divise imbarazzanti che uno penserebbe, proprio come avrà inizialmente fatto Gramellini, sa dio chi le ha disegnate. Un allevatore di inuit, un indiano navajo, un comandante degli alpini. E invece è stato l’italianissimo designer di haute couture Ettore Bilotta. E va bè, uno pensa che gusti di merda e povera crew. Finita lì. E invece no, Gramellini va oltre. A detta di molti, oltre la credibilità. Si perché il twittatissimo Maxgramel si sveglia come ogni mattina per darci il suo buongiorno su la Stampa, giornale che tra l’altro vicedirige. Ma la sera prima avrà cenato pesante, avrà guardato Mistero, avrà sentito Salvini dichiarare che voterebbe 5 stelle, fatto sta che gli si palesano alla mente effervescenti idee complottiste. Non solo commenta il cattivo gusto stilistico delle suddette divise, ma vede, dietro la totalità del corpo (orrendamente) coperto, un dictat superiore di matrice islamica.

Alitalia è in effetti partecipata da Etihad, che grazie al cielo nel 2014 acquista il 49% del suo capitale e la alleggerisce da quasi 600 milioni di debito. Per Gramellini, oggi, questo controllo è più visibile che mai, e le deplorevoli uniformi (il cui committente, come dice, “è musulmano e si vede”) non sono che l’ennesima prova di “una cultura che, quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne”. Parole forti, azzardate e anche un po’ ad minchiam. E infatti il web si scatena: dai vari “possibile che Gramellini non riesca ad astenersi dal commentare tutto lo scibile umano” alla tempesta di immagini tratte dalla campagna pubblicitaria della stessa Etihad. Uno spettacolare shooting in cui le hostess non figurano in fila indiana col burqa ma siedono comodamente su un set di valigie in mezzo al deserto, in uniformi elegantissime (disegnate anch’esse dallo stesso italianissimo designer di cui sopra) e soprattutto molto femminili. Apparentemente persino senza calze. E quindi ok, Max ha detto una cazzata e semplicemente Ettore Bilotta odia il nostro Paese. Ma voglio spezzare un paio di lance a favore di Gramellini.

Etihad

Prima di tutto, se si scrive ogni mattina, ogni giorno, 365 giorni all’anno, una minchiata può capitare di spararla. Io, se dovessi scrivere di mattina, ogni mattina, molto probabilmente alternerei bestemmie elleniche a grugniti privi di alcun senso compiuto. Secondo punto: non dimentichiamo che Gramellini trascorre ogni sabato sera con Fabio Fazio. Per quanto Che Tempo Che Fa ogni tanto ospiti persone decenti, reputo Fazio un noioso parassita del tubo catodico, un semiviscido spauracchio antifiga e un giornalista meno che mediocre, e penso che passare il sabato sera con lui mi porterebbe come minimo a pensare che gli anziani che fissano i lavori in corso siano legati alle lobby dell’edilizia. Terzo punto, magari era sarcastico. Certo, l’ha nascosto piuttosto bene, ma potrebbe aver volutamente utilizzato un’iperbole semantica per tutto l’articolo con lo scopo di vedere quanti l’avrebbero preso sul serio. E in questo momento voglio immaginarlo così, in un harem di hostess Alitalia cui sta spiegando che l’idea del tricolore non è sto granché ma che in compenso l’asta funziona benissimo.