Anonima Sequestri, la Risposta della Sardegna al Capitalismo

anonima sequestri

Sono sempre stata ipnotizzata dalle persone colte, capaci di raccontarti anche le storie più complesse con una naturalezza innata. Nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrarne qualcuna, soprattutto a scuola, che mi ha trascinato nel cuore della materia fino a farmela amare. Allo stesso modo rimanevo affascinata in quei rari momenti televisivi in cui compariva il Professor Manlio Brigaglia, storico, accademico e giornalista sardo di grande spessore.

Medaglia d’oro di “Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte – settore Università” e docente molto amato dai suoi alunni, le lezioni del Professor Brigaglia restano nella memoria di chi, come mia madre, ha potuto assistervi direttamente. Perciò, appena ho avuto la possibilità di contattarlo per farmi raccontare una realtà della mia terra, la Sardegna, non ho esitato.

Famosa per il sequestro del cantautore Fabrizio De Andrè, l’Anonima Sequestri è un’ombra che aleggia sull’isola sarda, di cui pochi riescono a delinearne i contorni. Ho chiesto, perciò, al Professor Brigaglia, esperto di Storia della Sardegna, di raccontarmi cosa si cela dietro il banditismo sardo.

In che contesto nasce l’Anonima Sequestri? Quali sono le sue radici socio-politiche?

“Una risposta azzardata sarebbe che il contesto è il mutamento introdotto dalle politiche di sviluppo e dallo stesso Piano di Rinascita negli anni 1960-1990 per il finanziamento dell’industrializzazione della Sardegna. Il contesto è il cambiamento del modo di vivere e di pensare, in genere, di quasi tutti i sardi, prodotto in quegli anni dallo sbarco della civiltà “moderna”, non sempre ben assimilata e in genere fraintesa in molti dei suoi messaggi portati dai media (cinema, giornali, tv) ma anche dalle esperienze dei paesi, dei gruppi o dei singoli. Ma, detto più semplicemente, l’Anonima Sequestri non ebbe particolari radici socio-politiche: probabilmente è legata a quello che molti sardi, emigrati di ritorno, avevano imparato fuori”.

Cosa ha spinto la società sarda a dare vita all’Anonima Sequestri?

“È un messaggio “urbano”, cioè della civiltà capitalistica e consumista, con la sua esaltazione del denaro, che entra in una società a forte composizione agropastorale, e la contagia. Poi ci sono tante cose insieme: la tradizione, la rabbia e l’invidia contro i “ricchi”, la facilità di sequestrarli e prendere i soldi del riscatto. Non è l’ambiente pastorale in quanto tale che la produce: in una Sardegna a economia pastorale, è difficile seguire e scoprire altri “rurali” – quasi nomadi, per di più – che non siano anche pastori. Sono loro che più di altri possono stare in campagna – praticamente, alla macchia, e nascondere l’ostaggio”.

Come operava? Che tipo di organizzazione c’era dietro?

“Nessuna, forse. Secondo un’antica tesi del Deputato Francesco Pais Serra, giornalista garibaldino inviato in Sardegna nel 1894 dal Presidente del Consiglio Crispi in seguito all’aggravarsi dei fenomeni di criminalità, le bande si formavano di volta in volta e si scioglievano dopo la rapina o la “bardana”. Nel caso dell’Anonima Sequestri, il nome stesso vorrebbe indicare la presenza di una organizzazione stabile. Ma non siamo mai stati del tutto sicuri che fosse così: questo vorrebbe dire che l’Anonima è più un’invenzione mediatica o una tesi giudiziaria che il reale ritratto di una nuova forma di criminalità”.

de andrè sequestro

Rispetto al Codice della vendetta barbaricina (codice comportamentale non scritto vigente sin dalle origini della civiltà nuragica, ndr), che peculiarità ha il Codice d’onore dell’Anonima Sequestri?

“Credo che in qualche momento e presso certi reazionari, il Codice barbaricino sia servito a trovare una causa cattiva a una stagione di sequestri. È poco meno che una tesi razzista”.

Cosa accomunava le vittime di sequestro?

“Due cose in particolare: la ricchezza e la disponibilità a pagare subito. Inoltre, le vittime stavano in posti, specialmente ville in campagna, dove era più facile sequestrarli. Il fatto che fossero “continentali” (persone provenienti dal resto d’Italia, ndr) poteva allentare un’eventuale solidarietà dei sardi”.

Il sequestro lampo era un modus operandi anomalo. A chi veniva riservato questo trattamento e perché?

“Ai ricchi, a chi era più indifeso, a chi poteva pagare subito, talvolta anche ai continentali“.

In che arco temporale si è sviluppata l’Anonima Sequestri?

“L’Anonima è durata a occhio e croce dodici anni, forse anche meno: dal sequestro Palazzini, ingegnere di Olbia, alle confessioni di Gregoriani, primo collaboratore di giustizia della storia della criminalità sarda (maggio 1966 al novembre 1979); oppure dall’arresto di Mesina, famoso bandito sardo, (marzo 1968) a Gregoriani; oppure – forse – al sequestro di Silvia Melis, imprenditrice di Tortolì, (febbraio 1977) e/o al suicidio del giudice Lombardini (agosto 1978)”.

sequestro de andrè

Alla luce degli eventi, che cosa rappresentavano i sequestri di Fabrizio de André e Farouk Kassam (figlio del gestore di un grande albergo di Porto Cervo, ndr)? Era solo per avere visibilità a livello nazionale?

“Sì, forse anche quello. Ma bisogna tenere presente che i sequestratori erano in genere furbi e spregiudicati, ma non credo fossero dotati di una sensibilità mediatica particolare. Certo, la fama di “ricchi” delle vittime erano un’attrattiva forte”.

Che tipo di ripercussioni ha avuto l’Anonima Sequestri sull’immagine attuale della Sardegna?

“Già eravamo normalmente considerati una terra di banditi. L’aggravamento del fenomeno, negli anni che ho detto, fu un fatto realmente preoccupante”.

Rispetto ad altre forme di criminalità, che particolarità ha il banditismo sardo?

“Direi la sua “ruralità” come campo d’azione. La Sardegna è una delle regioni meno popolate d’Italia, con una densità che è in media un terzo di quella nazionale. Ma sembra che oggi non ce ne sia più, o quasi. Nei paesi rubano, sparano e uccidono come nelle città continentali“.

Nella Sua Prefazione al libro “Sardegna Criminale” afferma: “La leggenda finisce, non ci sono più i zigantes, anche la Sardegna diventa un pezzo dell’ingovernabile mondo globalizzato”. Secondo Lei, è possibile considerare l’Anonima Sequestri un capitolo chiuso o ci possiamo aspettare delle recidive in seguito alla crisi economica che affligge la società sarda?

“Una cosa come l’Anonima no, altri episodi di varia criminalità certo che sì”.