Apple vs Margrethe Vestager: e Tu con Chi Stai?

Vestager

Siamo Margrethe Vestager. Siamo un’affascinante 48enne danese, sposata e con tre figlie, cresciuta sotto la rigida formazione di due genitori entrambi pastori luterani, del tipo che quando alle elementari ci innamoriamo di un compagnuccio di classe e chiediamo a nostro papà di iscriversi allo stesso club del suo ci sentiamo rispondere “non mi iscriverò mai a qualcosa che non sia aperto a tutti”. Questa cosa dell’uguaglianza sociale ci rimane impressa, cresciamo un po’ radical e un po’ chic ma soprattutto radical, entriamo nella direzione del partito social-liberale, ci laureiamo e diventiamo ministro dell’istruzione, degli affari ecclesiastici, dell’economia e vicepresidente della Danimarca. Abbiamo due palle tante, insomma. Ma non solo: nel tempo libero ci piace produrre elefantini all’uncinetto, mangiare dolci francesi, guardare James Bond, ascoltare Lukas Graham e stare sul Twitter. Nel 2014 approdiamo a Bruxelles e diventiamo commissari per la concorrenza, prendendo il posto di quel cazzaro di Almunia che più che scendere a compromessi non sapeva fare. Arriviamo ed è un po’ un bordello. Qualcosa come 300 casi sulla scrivania, ma con molta calma li affrontiamo tutti. Partendo dagli aiuti di stato spacciati per accordi fiscali, che in molti casi sono legali ma qui c’è qualche multinazionale che la sta facendo indisturbata fuori dal vaso, e da troppo tempo. Non è che ce l’abbiamo con le big corp, è che le big corp sono quelle che più ricorrono a codesti magheggi fiscali a metà tra strategia ed elusione. E quindi non ne risparmiamo nessuna: indaghiamo su Google, Amazon, Gazprom, McDonald’s, stiamo col fiato sul collo ai colossi della chimica Dow e DuPont che vogliono unire le forze, multiamo con una trentina di milioni Fiat e Starbucks per i loro intrallazzi con Lussemburgo e Olanda e con quasi tre miliardi MAN, Volvo, Daimler, Iveco e altri produttori di camion per aver formato un cartello, finché non arriviamo a lei. La grande A. Quella che dovrebbe spaventarci, e invece no. Quella che in Europa ha pagato un’aliquota inferiore all’1% nel 2003 che da allora è diminuita arrivando allo 0,005% nel 2014. Quella che con gli utili ha pensato ad arricchire i manager anziché supportare la comunità che ne ha permesso la realizzazione. Quella che adesso ha il dovere di restituirli, per un totale di 13 miliardi di euro più interessi. Non è una punizione, è presentare un conto dovuto e mai pagato. È recupero delle tasse, quello a cui ogni cittadino viene assoggettato nel caso salti anche solo una cartella esattoriale. Non è applicazione retroattiva, è giustizia.

Federica Colli Vignarelli

Classe 1991. Laureata in Bocconi ma non bocconiana, sogna di condurre il Tg5 nuda dalla vita in giù. Scrive per il Fatto Quotidiano, il Sole24Ore, GQ, Wired e intervista persone famose per The Twig magazine. Odia il natale e le arance, ama gli alpaca e il prossimo, finché non sbaglia i congiuntivi. Soffre di sindrome di Stendhal e anche un po’ di Stoccolma, anche se ha vissuto in Inghilterra. Qualcuno l’ha definita “la reincarnazione della Fallaci nel corpo di Moana Pozzi con la testa di Charles Manson”. Scrive per non impazzire, ma probabilmente è troppo tardi.

Federica è su Twitter come @fcolliv. Puoi contattarla a fcolliv@gmail.com.

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