Arabia Saudita & USA: Rapporti in Bilico?

L’alleanza tra Stati Uniti e Arabia Saudita, che nasce quasi un secolo fa e ha sconfitto sia l’embargo del petrolio nel 1973, sia l’attacco delle Torri Gemelle nel 2001, sta attraversando un momento di transizione diplomatica storica: il regno è destabilizzato da un Iran vicino al nucleare con ambizioni egemoni nel Medio Oriente, dalla questione Israeliana e dal calo drastico del prezzo per barile di greggio del 60% in 2 anni. Questi fattori si sono scontrati in maniera accentuata negli ultimi mesi per via di aspettative economiche peggiori, che hanno portato una serie di iniziative drastiche da parte dello stato per ristabilire nel medio termine una rigorosa politica fiscale e un riassetto dell’asse con gli Stati Uniti. Questo articolo si propone di fornire una chiave di lettura per entrambe.

 

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Saudi Aramco, colosso petrolifero saudita fondato dalle americane Standard Oil, Texaco, Exxon and Mobil nel lontano 1944, ha annunciato che fornirà trasparenza nei propri conti per la prima volta sul cammino per l’IPO (Initial Public Offering) in borsa prevista per il 2018. Il principe M. bin Salman ha dichiarato, esprimendosi nel merito, che il 5% della quotazione potrebbe innalzare il valore della compagnia a $2 trilioni! La capitalizzazione di mercato è di $600 miliardi per intenderci (1/3 circa).

 

Questa manovra è la pietra miliare per aggregare la liquidità necessaria al piano di diversificazione degli investimenti annunciato dalla corona, che in quanto “Programma Nazionale di Trasformazione 2020”, si pone l’obiettivo di trasformare l’Arabia Saudita in hub manifatturiera, piuttosto che business regionale petrolio-centrico. Inoltre, proprio ieri, la notizia che per la prima volta nella storia il paese avrebbe emesso un’obbligazione sovranazionale (sovreign bond) nel tentativo di raccogliere finanziamenti nel mercato dei capitali alternativi all’azionario, ovvero quelli del debito. La domanda ha superato 4 volte l’offerta di $17.5 miliardi. L’emissione ha marcato un nuovo record per i mercati emergenti, dopo che l’Argentina è riuscita a piazzare bond sul mercato per $16.5 miliardi di dollari.

 

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Tuttavia, secondo la stima ufficiale del Ministero delle Finanze, questi fondi saranno in grado di finanziare solamente un terzo del deficit di bilancio di Riyad. Nel 2015 il buco finanziario nelle casse del regno ha raggiunto i $98 miliardi di dollari, ovvero il 15% del PIL (mentre si noti che, l’Italia con il 3% di deficit di bilancio in Europa viene stigmatizzata). Nel frattempo, la spending review dei progetti pubblici ha portato all’abbassamento degli stipendi pubblci del 20%, nonché la cancellazione di $20 miliardi di tali opere.

 

Anche sul panorama internazionale è arrivato lo scossone da parte della Casa di Saud. Per la prima volta dal 2008, il regno ha deciso, in seguito alle pressioni fiscali sovra menzionate, di supportare un taglio alla produzione del petrolio tra i membri dell’OPEC nel tentativo di sostenere il prezzo del greggio dopo anni di produzione elevata e prezzi bassi per competere con il petrolio shale americano. Le tecnologie “made in the USA”, infatti, hanno permesso di abbassare il prezzo di produzione per un barile di petrolio a circa $50 dollari (costo di breakeven), cercando di allargare il margine di profitto e riguadagnare una fetta del mercato sottratta dall’Arabia Saudita nello scenario internazionale.

 

Inoltre, secondo un rapporto dell’Amministrazione US per l’informazione Energetica (EIA), per la prima volta dal 1950, gli Stati Uniti sono prossimi a diventare un esportatore netto di energia tra il 2020 e il 2030: gli US non avranno più bisogno di importare materiali fossili attingendo dai serbatoi dei mercati emergenti di petrolio, gas e carbone. Il grafico sottostante mostra un chiaro trend negativo delle importazioni US di greggio provenienti dall’Arabia Saudita: a partire da aprile 2014 le importazioni sono diminuite di oltre un terzo a circa 1 milione di barili al giorno!

 

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Infine, il Professor Petras di New York sostiene che il Congresso americano abbia innescato una guerra “economico-giudiziaria” in seguito all’approvazione della possibilità di muovere causa ai governi che sponsorizzano atti terroristici. A sua volta, la Tesoreria del regno ha intrapreso un piano di svendita massiccio e aggressivo di titoli di stato americani, portando il totale a livelli che non erano così bassi dall’estate del 2014.

 

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In sintesi, stiamo assistendo a un rimodellamento tettonico imponente dell’asse strategico costituito tra le due super potenze, con assestamenti economici e geopolitici ambigui e minacciosi, nonché alimentatori di instabilità. I flussi economici e gli squilibri finanziari lo dimostrano, e sono sfruttati da Washington per ottenere leva al tavolo negoziale.