Che Cos’è l’Economia Collaborativa

economia collaborativa

Economia collaborativa. Tutti ne parlano. Tutti la incensano. Ma effettivamente che cos’è l’economia collaborativa? E’ difficile poter dare una definizione a questo fenomeno ancora in evoluzione.

Jeremiah Owyang, analista industriale, la definisce come il risultato della convergenza di tre idee: la “sharing economy” (economia della condivisione), il movimento maker e i movimenti di co-innovazione. Una definizione ovviamente ampia, che spazia dal ridesharing (cioè la condivisione di veicoli) alla stampa 3D, al crowdsoourcing per nuovi prodotti. “La grande tendenza consiste nel fatto che le persone hanno il potere di controllare il mondo fisico attraverso la collaborazione reciproca, anziché tramite l’acquisto da marchi”.

Rachel Botsman, esperta del settore e founder del Collaborative Lab, in un articolo su FastCompany prova a dare una definizione più ampia di economia collaborativa.

Un sistema economico di reti e mercati decentrati che sfrutta le attività inutilizzate facendo corrispondere richiesta ed offerta, bypassando gli intermediari tradizionali

“Io e il mio co-autore Roo Rogers – racconta Botsman in un intervento su TED –  abbiamo raccolto migliaia di esempi di consumo collaborativo, da tutto il mondo. E anche se variano enormemente per scala di maturità e per scopo quando li abbiamo studiati abbiamo scoperto che potevano in realtà essere suddivisi in 3 gruppi definiti. Il primo gruppo è quello dei mercati di ridistribuzione. Un mercato di ridistribuzione, come per esempio Swaptree è quando prendi un bene usato, o pre-posseduto e lo sposti da un luogo in cui non è necessario a un luogo, o a qualcuno, in cui o per cui lo è. Sono sempre più considerati come le 5 R: ridurre, ri-usare, riciclare, riparare e redistribuire perché allungano il ciclo di vita di un prodotto e allo stesso tempo riducono gli sprechi.

Il secondo gruppo è quello degli stili di vita collaborativi. Comprende la condivisione di risorse e di cose come il denaro, le competenza e il tempo. In un paio d’anni, scommetto che parole come co-workingcouch surfing e banche del tempo diventeranno parte del nostro linguaggio quotidiano. Uno dei miei esempi preferiti di stile di vita collaborativo è chiamato Landshare. È un modello nel Regno Unito che fa corrispondere un tale Mister Jones con dello spazio disponibile nel suo giardino con la Signora Smith, una aspirante coltivatrice. Insieme coltivano il cibo che mangiano. È una di quelle idee così semplici e brillanti che viene da chiedersi come mai nessuno ci abbia mai pensato prima.

Il terzo gruppo è quello dei prodotti a noleggio. È quando paghi per il vantaggio di un prodotto ciò che fa per te – senza dover possedere effettivamente il prodotto. Questa idea è particolarmente efficace per le cose che hanno una alta capacità minima di funzionamento. Può trattarsi di tutto, dai beni per i bambinialla moda. Quanti di voi hanno un trapano elettrico? Lo possedete? Giusto. Quel trapano sarà utilizzato circa 12 o 13 minuti in tutta la sua vita. (risate) È ridicolo, non è vero? Perché quello che vi serve è il buco, non il trapano. (risate) (applausi) E allora perché non noleggiare il trapano, oppure ancora meglio, noleggiare il tuo trapano personale a altre persone e guadagnarci qualche cosa? Questi 3 gruppi convivono insieme e permettono alle persone di condividere risorse senza sacrificare il loro stile di vita o la loro cara libertà personale. Non chiedo alle persone di condividere piacevolmente nella sabbia”.

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Credit to: Collaboriamo

L’economia collaborativa è, come dicevamo, un fenomeno in continuo sviluppo. In un editoriale sul New York Times Jeremy Rifkin, economista e attivista statunitense, arriva addirittura a dire che questo fenomeno rischia di far morire il capitalismo, così come lo conosciamo. “Stiamo iniziando a testimoniare un paradosso alla base del capitalismo, che ne ha alimentato la grandezza sino ad oggi, e ora ne minaccia il futuro. Il dinamismo inerente nei mercati competitivi sta riducendo in maniera così drastica i costi che molti beni e servizi stanno diventando quasi gratuiti, sempre più numerosi, e non più soggetti alle forze di mercato”.

Di parere opposto è Lisa Gansky, imprenditrice e celebre autrice di “The Mesh”. In un’intervista a Collaboriamo, Gansky afferma che l’economia collaborativa può essere una nuova fonte di business per le aziende. “Chiunque fa business sull’innovazione– continua Gansky – deve essere aperte a cosa accadrà domani e le migliori idee possono arrivare dovunque e da chiunque…Ciò di cui le imprese hanno bisogno per innovare è proprio la fiducia nel futuro dell’openness e della collaborazione. In questo senso l’economia collaborativa offre alle aziende un modo semplice di coinvolgere nuovi talenti provenienti da ogni parte, idee nuove e giovani imprese. GE, citi, Eni, BMW, Fiat, Hyatt, Unilever, Castorama e Barclay’s e altri grandi multinazionali con cui ho lavorato si sono accorte che la maggior parte delle innovazioni provengono dall’esterno” dell’azienda. Pertanto, la principale attività di queste imprese è sviluppare dei «recettori» per attrarre, apprendere e collaborare al di fuori del core business aziendale”.

Ma quali sono le caratteristiche che deve avere l’economia collaborativa?

Marta Mainieri, su Che Futuro! le sintetizza in 5 punti:

– Promuovono lo sfruttamento pieno delle risorse
– L’azienda che li offre è una piattaforma abilitatrice
– Gli asset che generano valore per le piattaforme (beni e competenze)appartengono alle persone e non alla compagnia
– La collaborazione è al centro del rapporto fra i pari
– La tecnologia digitale è un supporto necessario

 Domanda: l’economia collaborativa crea posti di lavoro?

Secondo un’analisi condotta dal Wall Street Journal, l’economia collaborativa altro non è che “un nuovo feudalesimo di servi della gleba, di salari bassi e di diritti del lavoratore che di fatto non esistono”. Il problema si concentra tutto su un’unica questione: quella contrattuale. Un tassista di Uber, fa notare il quotidiano americano, non viene considerato un dipendente dall’azienda. Uber, come altri suoi competitor, non crea quindi posti di lavoro. “I dati dimostrano che l’80% dei loro conducenti hanno altri impieghi  o sono alla ricerca di un altro lavoro” rivela il WSJ. Conclusione? L’economia collaborativa sta sì cambiando il mondo lavorativo ma, per il momento non lo sta migliorando.

Per approfondire l’argomento: Sharing Economy: la mappatura delle piattaforme italiane 2014