Cile e Neoliberismo, Fu Vero Miracolo?

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Paese andino dalla straordinaria varietà geografica e climatica, il Cile risulta all’oggi essere l’unico paese dell’America Latina ad aver varcato la soglia che lo introduce nel novero del cosiddetto primo mondo, avvenuta durante la presidenza di Sebastián Piñera. Sono in molti a domandarsi quali siano le cause che hanno portato Santiago a diventare una anomalia rispetto al generale dissesto economico dei paesi sudamericani, e se da un lato vi è uniformità di vedute su quanto positivamente abbia influito la lunga storia di stabilità interna e compattezza che caratterizza il Cile dalla sua indipendenza, dall’altro la controversia è ancora accesa per ciò che concerne l’apporto che le riforme neoliberiste, portate avanti durante la giunta militare di Augusto Pinochet, hanno dato allo sviluppo economico del paese.

 

Per poter parlare di ciò che i Chicago boys fecero nel corso degli anni ’70, non si può non considerare lo scenario di partenza in cui si trovò a operare il regime di Pinochet all’indomani del golpe dell’11 settembre del 1973. I tre anni di presidenza di Salvador Allende avevano lasciato al paese una pesante eredità sul piano economico: nonostante i risultati positivi conseguiti durante il primo anno su diversi fronti (quali un generale miglioramento degli indicatori sociali, un calo dell’inflazione e dei prezzi al consumo), già dal 1972 l’economia cilena iniziò a mostrare i primi sintomi di un cortocircuito, con il ritorno dell’inflazione galoppante e la sostanziale sconfitta nella battaglia per la produzione (l’errore principale di Allende fu di vincere la battaglia dei consumi senza però colmare il ritardo tra crescita dei consumi e lentezza dell’accumulazione di capitali). Le misure drastiche che un simile quadro rendeva necessarie non erano attuabili da un governo come quello di Unidad Popular, che basava la sua popolarità su politiche fortemente distributive e che doveva fare i conti con la sua ala estrema, che non era minimamente intenzionata a dare il suo avvallo a un cambiamento di rotta in politica economica. Inoltre, un simile quadro già compromesso si trovò a fronteggiare anche il boicottaggio economico portato avanti dagli Stati Uniti d’America. Si arrivò così al 1973 con una situazione economica che vedeva l’inflazione crescere senza sosta insieme ai prezzi al consumo, il tutto in un vortice di tensioni politiche che si proiettavano anche in violenti scontri per le strade tra gruppi di estrema destra e di estrema sinistra. Quando i militari presero il potere con la forza a settembre, il paese era sull’orlo della guerra civile e del collasso economico.

 

Una volta instauratasi, la giunta di Pinochet decise di rivolgersi alla consulenza dell’economista Milton Friedman, il quale prospettò al generale due terapie possibili per il Cile: una soft, che avrebbe portato una serie di riforme di marca neoliberista in maniera graduale e in un lasso di tempo relativamente disteso, e una terapia shock che prevedeva l’attuazione rapida e immediata di quelle riforme, senza badare al costo sociale delle stesse. Friedman non fece inoltre segreto a Pinochet che secondo lui in caso di attuazione della terapia morbida l’economia cilena sarebbe potuta crollare a riforme non ancora ultimate. Fu così che Pinochet optò per lo shock, rivolgendosi a tal fine a un gruppo di giovani economisti cileni formatisi alla scuola di Friedman all’Università di Chicago, tra i quali spiccano per importanza José Piñera ed Hernan Büchi. Gli anni ’70 furono caratterizzati da una radicale inversione di rotta rispetto alla presidenza Allende (delle cui politiche venne mantenuta solamente la nazionalizzazione delle miniere di rame), includente lo smantellamento del sistema di welfare, una politica fiscale conservatrice, la riforma del sistema pensionistico, la privatizzazione di numerosi settori dell’economia, la municipalizzazione dell’istruzione e massicci tagli alla spesa pubblica. Inizialmente, gli effetti macro e microeconomici di tali politiche si ripercossero drammaticamente sulla società civile e sull’economia cilena, pauperizzando buona parte del ceto medio a causa della caduta dei salari, provocando un tasso di disoccupazione che dal ’74 fino al ‘83 non scese mai sotto il 50%, e causando una grave recessione di diverse imprese cilene sia industriali che agricole che si erano sviluppate all’ombra di quei dazi protezionisti ora rimossi dal Chicago boys. Inoltre il debito privato crebbe fino ad superare nel ’81 quello pubblico. Certamente, vi furono anche degli indicatori che rispondevano positivamente alle politiche neoliberiste: l’inflazione era stata abbattuta dal 60% del ‘73 al 8% del ‘81, la domanda alimentare veniva ora soddisfatta dalle libere importazioni, la privatizzazione delle imprese statali portò alla copertura del deficit commerciale e del debito estero, il debito pubblico, cresciuto fino a oltre l’80% durante la presidenza Allende, calò sensibilmente, e, aspetto più importante, il PIL passò dal disastroso – 6% del ’73 a una crescita che alla fine degli anni ’70 toccò il 7% annuo, pur subendo forti oscillazioni tra il ’74 e il ‘79. Furono questi indicatori a far parlare alcuni economisti di tendenza neoliberista, quali Milton Friedman, di “miracolo cileno”, valutazione economica però contestata da diversi economisti che fanno notare come tale crescita del PIL sia stata messa in atto in un contesto dittatoriale e accompagnata da un impoverimento generale della società, una concentrazione della ricchezza nelle mani di poche famiglie, e una sostanziale dipendenza dell’economia cilena dall’andamento del mercato finanziario globale.

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