Corteggiamento Online: un Apostrofo Rosa Tra le Parole T’Aggiungo

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Il primo e più evidente sintomo del decadentismo cui la digitalizzazione ci sta portando si individua nell’odierno approccio del maschio. L’ultima volta che un uomo mi ha chiesto di persona di uscire è stato perché avevo sbagliato bagno, e nel dubbio gli ho detto di no. Non capisco bene come mai ma condicio sine qua non l’uomo ce la faccia ad approcciare la donna è che in mano abbia o lo smartphone o il terzo long island della serata. D’altronde è vero, ogni tanto facciamo paura e questi due elementi ammortizzano notevolmente l’impatto catastrofico del due di picche. No, sto scherzando. Siamo donne, esseri più o meno umani come voi. Capisco l’idealizzazione della Dea Vagina che vi spinge a considerarci unicorni alati che pascolano eterei in protosfere idilliache e fuori da ogni portata terrena, ma no. Tendenzialmente non stacchiamo la testa al partner tipo mantide religiosa insoddisfatta, al massimo diciamo di no. Un banale no. Non mi è molto chiaro il momento in cui il no femminile sia diventato un problema così grande da gestire. Forse da quando hanno tolto il servizio militare. Presumo che dopo un anno di dormitorio maschile, capelli rasati, materassi di chiodi e nuotate nel fango non solo il nostro “no” vi sarebbe scivolato addosso come la saliva del primo sottoufficiale che vi scatarra sull’uniforme, ma ci avreste approcciato sbattendoci al muro con lo sguardo e perquisendo ogni angolo della nostra anima al primo ciao. Trovandoci disarmate.

Io non ce l’ho con voi. Anzi, siete fondamentali pusher di quella dose di ego quotidiana di cui a volte necessitiamo. Non facciamo le wonder woman. Tutte ci piacciamo e disgustiamo a giorni alterni, tutte attraversiamo periodi di bipolarismo in cui un attimo pensiamo come mai Intimissimi non ci abbia ancora chiamato per lo spot “ciao sono Federica, lavoro in banca e da oggi posso scegliere tra diciotto modelli di reggiseno” e l’attimo dopo che abbiamo il sex appeal di un alpaca sudato. In questi ultimi, frequenti attimi ci servite. È per questo che devo aprire una parentesi di condanna a certi comportamenti irrispettosi delle mie colleghe ovaio munite. Pare stia diventando di moda umiliare l’approcciatore-tipo virtuale pubblicando imbarazzanti stralci della chat che lo vedono coinvolto. A queste donne chiederei innanzitutto se c’è premeditazione: mentre rispondete (perché comunque rispondete) avete già in mente di condividere tutto sui social o è una necessità psicologica che emerge in un secondo momento, quando vi accorgete di aver dato risposte sufficientemente toste e brillanti? Ma soprattutto. Lo sapete vero, che quando diventerete madri disperate e mogli trascurate, con i bigodini gialli e ricoperte di Plasmon rigurgitati, quando la telefonata più provocante che riceverete sarà quella di Tata Lucia e la cosa più erotica che saprete sfornare sarà la parmigiana, li rimpiangerete? Perché io ci penso. E in linea di massima sono a favore della tutela dell’approcciatore, una specie destinata a estinguersi proporzionalmente all’avanzata in noi della vena varicosa.
È anche vero però che a volte, se non il pubblico ludibrio, un po’ di perplessità da parte nostra la meritate. Quando ero giovane e bella mi è capitato di essere arpionata con le più svariate tecniche, e con grande sforzo ho provato a ricordare qualcosa della mia aurea aetas. Il procedimento è semplice: richiesta d’amicizia, due o tre like tattici e messaggio privato. Non siete tutti uguali però, ognuno ha il suo stile e lo mantiene stoico durante tutte e tre le fasi.

Approcciatore-tipo 1: l’aggiungitopa seriale

Lo riconosci perché le sue amicizie sono solo femminili e suddivise pro quota tra svedesi, estoni e kazake. Poi però si rende conto che più in là del “you have beautiful tette” non sa andare e ripiega su una massiccia dose di connazionali che anche a dicembre non rinunciano alla foto profilo con gluteo in primo piano, sulle loro amiche e sulle amiche delle loro amiche. L’aggiungitopa punta sulla legge dei grandi numeri e per questo non ha molto tempo da dedicare a ciascuna. Piazza qualche like a caso sulle foto con meno stoffa perché legge la didascalia “trova un uomo che ti apprezza per come sei dentro” e oltre a non notare la mutilazione del congiuntivo interpreta il dentro letteralmente. E quindi ti scrive, facendoti sentire unica insieme alle altre venti. In chat è rude, sbrigativo, va al sodo. Il che fa molto Christian Grey, il problema è che oltre a cravatte di seta, frustini e sfumature, di grigio cerchiamo anche la materia.

Approcciatore-tipo 2: l’ingenuo temporeggiatore

Questo soggetto ti conosce già. È un tuo compagno di studi, un collega, il barista di fiducia, quello che incontri sempre sulla metro e con cui ti sforzi di trovare argomenti di conversazione nonostante siano le 7.30 del mattino. Lui vuole te. Da quando avete parlato la prima volta ha iniziato ad alimentare il suo cucciolo d’illusione con le tue battute, la tua gentilezza, la tua loquacità e disponibilità al dialogo. Fino a che quel cucciolo è diventato un villoso King Kong, tanto buono d’animo quanto ciondolante e disorientato, capace di annientare involontariamente il suo stesso creatore al grido di “è evidente, mi parla, ci sta”. Tu sei in imbarazzo. Come glielo dici, ora, che se gli parli è perché ti passava gli appunti, perché ti tiene da parte la brioche al miele o perché occupa un posto sul regionale evitandoti il viaggio con il naso infilato nell’ascella del pendolare a fianco? Ti senti improvvisamente un’orribile approfittatrice, ma al parlargli chiaro è associato il rischio di perdere tutti quei privilegi e in fin dei conti è più saggio continuare a nutrire il gorilla che è in lui. Prima o poi imploderà.

Approcciatore-tipo 3: il profondo-maniacale

Nonostante tenti di nascondere le proprie intenzioni carnali dietro un innato quanto improvvisato romanticismo, di questo soggetto va apprezzato l’impegno. Seleziona poche candidate, se non solo una, e scorre il suo profilo arrivando fino al 1995 quando lei a otto anni pubblica una poesia scritta per la maestra di disegno ed è proprio a quella (la poesia, non la maestra) che va a piazzare il like. Il che da un lato ti lusinga perché caspita, si è documentato come Alberto Angela per un servizio sui maori. Dall’altro però ti inquieta, perché potenzialmente ha incrociato i tuoi spostamenti degli ultimi sette anni e sviluppato un algoritmo di ricerca che gli ha permesso di scoprire non solo dove abiti ma anche quando ti viene il ciclo. In chat è come Monet: leggero, sfumato, picchiettante. Vuole colpirti con una romantica badilata di citazioni colte ma non capisce che mischiare Emily Dickinson e Charles Bukowski è come abbinare il sandalo al calzino. Non è coraggio, è che proprio non hai capito.

È vero, il problema non è solo attuale. Cristiano de Neuvillette aveva bisogno di Cyrano perché Rossana oltre che sexy-cadetto lo voleva poeta, Dante senza Virgilio non avrebbe incontrato Beatrice nemmeno nei propri versi, Catullo senza il passero – no, lui comunque non ce l’ha fatta e presumo che assegnare all’amata lo pseudonimo di Lesbia non  abbia aiutato. Il primo problema è che col passare dei secoli l’approccio è andato degenerando, passando da letterario a letterale e da rispettoso a ridicolo. Il secondo problema è che questo ha inevitabilmente cambiato anche noi. In passato non concedersi portava l’uomo a comporre “Silvia rimembri ancor”, oggi lo porta a comporre un messaggio whatsapp con “Silvia ti ricordi ancora Katiusha, ecco in realtà non è mia cugina”. E quindi ci concediamo, ci esponiamo, ci fotografiamo, elargiamo istantanee di un’immagine che è sempre meno la nostra e sempre più quella che di noi vogliamo dare. E a volte abbiamo una pessima capacità di selezione: ci presentiamo come la versione meno indebitata di madame Bovary e abbiamo anche il coraggio di lamentarci se il Rodolphe di turno ci pianta in asso con un cesto di albicocche. Io mi auguro che l’approccio maschile si riprenda, capisca di aver esagerato, si presti a lavori socialmente utili e venga riabilitato in comunità. Perché se voi collaborate la donna ne trae qualitativamente beneficio. Non dico che torni quella di una volta. Ma almeno non diventa quella da una volta.