Da MTV a South Park: 50 sfumature di Shade

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Molti di voi avranno sentito il suo freestyle a MTV Spit, altri noteranno ogni settimana i suoi video su Facebook e YouTube, i più attenti potranno riconoscere la sua voce tra quelle delle ultime puntate di South Park. Di chi stiamo parlando?  Di un rapper, di un attore e di un doppiatore. In una sola parola, di Shade. Noi lo abbiamo intervistato su Smartweek.

Shade, ciò che ti ha portato sulla bocca di tutti è stata sicuramente la vittoria della seconda edizione di Spit, la competizione di MTV dedicata alla musica rap.  Raccontaci, quali sono le tue radici e com’è nata la passione per il freestyle?

Ho cominciato a fare freestyle, e male, ai giardinetti perché era l’alternativa ad andare in skateboard.  Essendo fan di Eminem e 8 Mile mi piaceva un sacco, e sentendo i freestyle di Esa, Fabri Fibra e Danno, avevo capito si poteva fare anche in Italia. Ciò che volevo era mettermi in luce per quello che valevo davvero: sono rachitico e peso 20 chili bagnato, non avevo mai avuto la possibilità di essere il fattore dominante in una qualche situazione! Col freestyle invece potevo, perché non serve essere un gigante per farlo. Anzi, più sei piccolino e spacchi, e più la gente rimane folgorata quando tiri fuori rime e contenuti che non si aspetta.

Poi è arrivato Spit. Perché proprio questo programma, relativamente nuovo per il panorama italiano, e non un talent già affermato? La tua partecipazione è stata una mossa premeditata o pura casualità?

Spit in realtà è arrivato per caso, e allo stesso tempo l’ho fortemente voluto. L’ho voluto perché penso che sia l’unico contesto televisivo in cui un rapper possa esibirsi senza essere umiliato all’interno di un programma. Se fossi andato ad Amici, per esempio, avrei dovuto cantare canzoni di altri e indossare una tutina della Freddy con il mio nome sopra… Dopo tutto quello che ho passato, non l’avrei vissuta come una scelta coerente! Probabilmente anche X-Factor o The Voice non sarebbero stati adatti a me: da li esce davvero gente talentuosa, ma non credo che avrei avuto le credenziali per parteciparvi. Spit invece era esattamente la trasposizione televisiva di quello che accade nei locali. Per questo era il mio obiettivo. Poi si, ho dovuto sudare tanto e martellare chi gestiva i casting per partecipare, ma alla fine ce l’ho fatta. E dato che l’ho vinto, ho avuto ragione io.

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La vittoria ti ha dato una visibilità pazzesca: che possibilità ti si sono aperte e come sei finito a fianco di Danti e dei Two Fingerz?

Dopo Spit c’è stato l’arrivo degli avvoltoi, in massa. Dai Two Fingerz invece sono andato io, dopo aver conosciuto Roofio: lui mi aveva detto di andarli a trovare e io l’ho preso in parola, così un giorno mi sono presentato in studio da loro. Per me erano due idoli, sembravo una groupie da quanto ero emozionato! Danti è rimasto molto colpito probabilmente dal mio modo di essere fin troppo onesto, e mi ha chiesto se volessi fare parte del loro entourage. Così, appena mi è arrivata questa proposta, le altre si sono automaticamente cancellate dalla mia mente! Sono davvero contento di come si sia sviluppata la cosa, a prescindere di come andrà: a brevissimo uscirà il mio nuovo disco e sapere di aver fatto tutto questo con le forze mie, con quelle dei miei amici e quelle dei Two Fingerz mi rende abbastanza fiero.

Shade però non è solo rap, e i video Shaday che fai uscire ogni mercoledì sulla tua pagina di Facebook lo confermano. Cosa non sappiamo di te?

Mi avete scoperto! In realtà tengo molto a ciò che faccio oltre al rap, nonostante per ora i miei fan mi seguano principalmente per la musica. Oltre al progetto con Danti, il mio direttore artistico, frequento la scuola di doppiaggio ODS di Torino, studio recitazione da tre anni con Renato Liprandi (per intenderci De Marinis di Camera Cafè) e sono in una compagnia teatrale torinese. Ciò che proprio mi piace fare però è doppiare, forse anche per tutto quello che mi hanno trasmesso grandi voci e uomini, come Walter Rivetti: proprio quest’anno ho doppiato alcuni personaggi di telenovelas e cartoni animati, tra cui Eminem e 2Pac in South Park. Una vera soddisfazione!

Se un domani dovessi scegliere tra rap e doppiaggio, quindi, cosa porteresti avanti?

Sembrerà strano, ma tra le due carriere vincerebbe quella da doppiatore. Il rap è una cosa molto bella, ma a 50 anni preferirei fare qualcos’atro. Sono fiducioso di potercela fare perché penso che nulla sia impossibile: alla fine se ti prefiggi di fare qualcosa, e ti ci impegni davvero, la ottieni. Anche 10 anni fa da ragazzino quando dicevo “voglio diventare uno dei più bravi freestyler del mondo e rappare davanti a un grande pubblico” non mi sarei mai immaginato di suonare al concerto del Primo Maggio, al Forum d’Assago o all’Arena di Verona! A ripensarci se prendessi la DeLorean per tornare dallo Shade 16 enne penso che a sentirmi dire cos’ho fatto non ci crederei, mi sarei sputato addosso. I fatti però dicono che ce l’ho fatta, e hanno dimostrato tutto è possibile.

“Tutto è possibile” e lo è anche fare l’artista a tempo pieno come stai facendo tu. Cosa suggeriresti ai ragazzi che vogliono seguire come te le loro passioni?

Se c’è una cosa di cui sono convinto è che sia fondamentale lavorare su se stessi. Questo è quello che vorrei comunicare a ogni ragazzo con sogni e aspirazioni, e proprio questo stiamo portando avanti  quando ci chiamano alle autogestioni delle scuole di Torino. A scuola vado sempre con il mio team de “le Teste de Cazzo”, quelli con cui produco i video degli Shaday per intenderci. Andiamo a parlare ai ragazzi e gli comunichiamo la nostra esperienza: noi siamo tutte persone che nella vita hanno deciso di lavorare su se stesse. L’abbiamo fatto non perché “tanto ci sono i genitori che finanziano”, ma perché siamo sempre riusciti a trovare altri lavori con cui mantenerci tenendo viva la passione per la musica. Io ho fatto i peggio lavori per mantenermi: il maestro in un doposcuola, l’assistente disabili, il meccanico, il commesso dello Juventus Store (si, sono gobbo) e un lavoro d’ufficio che proprio non sopportavo! Mi sono sudato ogni successo, ed è stato solo grazie alle mie forze e al fatto che non abbia mai smesso di credere in me che ho ottenuto ciò che ho ottenuto. Ora ciò a cui tengo è andare nelle scuole e parlare ai ragazzi: spiegare che tutti se si sbattono, ci credono e si vogliono fare il culo per raggiungere i loro obiettivi, possono farcela davvero.