Da Piazza Tienanmen a Hong Kong: la Storia Si Ripete?

People take part in a candlelight vigil at Hong Kong's Victoria Park on 25th anniversary of June 4th military crackdown on pro-democracy movement in Beijing

 

4 maggio 1989. Cinquanta mila studenti si riversano tra le strade di Pechino, invadono le piazze di questa chiedendo una vera democrazia ed un dialogo con il Partito Comunista, a quel tempo il grande partito politico imperante. La rivolta sfociò nella protesta, poi strage, di Piazza Tienanmen.

Venticinque anni dopo la storia sembra ripetersi. Città differente, Hong Kong.  Motivazioni pressoché identiche. Marciare in nome della democrazia, questo è il motto che ha spinto più di centomila cinesi, tra studenti e non, a ribellarsi al governo centrale; le ragioni della rivolta, in realtà,  sono ben più profonde: Hong Kong, città a tutti gli effetti cinese soltanto dal 1997, dopo essere stata a lungo colonia britannica, rappresenta una regione sottoposta ad amministrazione speciale e, secondo quanto previsto dagli accordi internazionali stipulati tra Cina e Inghilterra, vedrà il proprio sistema democratico, scolastico e giudiziario, sia tutelato che nelle forme in cui ad oggi è organizzato e strutturato, fino al 2047.

Tuttavia il 2017 dovrà essere nominato il nuovo governatore (Chief Executive) della città: la popolazione di Hong Kong chiede la possibilità di ricorrere ad un sistema fondato sul suffragio universale, metodo elettivo al quale la città, in virtù degli accordi stipulati tra Gran Bretagna e Cina, avrebbe diritto.

Ciononostante, il governo cinese, intimorito, tanto dalla “presa di coscienza democratica” mostrata dai cittadini ed in particolar modo dagli studenti di Hong Kong, quanto dalla diffusione capillare che una rivolta di questo tipo potrebbe avere sul territorio cinese, non ha esitato a riversare una gran quantità di militari per le strade, cercando di reprimere le insurrezioni popolari servendosi di spray orticanti, lacrimogeni e minacciando atti di violenza ancor più gravi.

Tuttavia, come affermava Alexander Dubcék, politico ceco: “La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni”. 

Pertanto la risposta dei cittadini non si è fatta attendere; nella notte tra sabato e domenica 27 settembre 2014, infatti, è stata occupata la zona adiacente a Tamar Park, ovvero la city di Hong Kong. Anche la protesta di Piazza Tienanmen è nata per le medesime ragioni e con un motore propriamente studentesco; gli effetti della rivolta, tuttavia, furono tali da modificare radicalmente la società del tempo, sia dal punto di vista politico che economico e sociale.

Se dai primi anni dell’ultimo decennio dello scorso secolo ad oggi la Cina si è evoluta, diventando una delle grandi superpotenze mondiali, seconda soltanto agli Stati Uniti d’America, buona parte del merito è dovuto anche a quegli studenti, lavoratori e professionisti che poco più di venticinque anni fa decisero di porsi contro un regime che amava mostrarsi come un terribile gigante.

Il trentennio che è seguito alla strage di Tienamen ha visto l’ingresso nel vocabolario cinese di termini propriamente occidentali, quali capitalismo, multinazionali ed economia di mercato. Contestualmente la compagine sociale cinese è stata connotata, e lo è ancora oggi , anche e soprattutto per colpa dei grandi poteri conferiti al partito, da enormi discrepanze sociali, vedendo una minoranza molto ricca contrastare con una parte della società, la maggiore, molto povera.

Gli abitanti di Hong Kong faranno di tutto per fare valere i propri diritti, combattendo per una democrazia più volte negata o concessa solamente nella forma. Il passato ha insegnato loro come combattere per la democrazia significhi  avere la possibilità di esprimere la propria opinione e indirizzare la res publica verso il bene comune, cosa che, con altre forme di governo, accade raramente.