Dalla Città di Pesaro all’Esordio con LaVerdi: Eugenio Della Chiara si Racconta

Com’è nata questa passione per la musica?

“La passione per la musica è nata in me quando ero ancora piccolo. Non provengo da una famiglia di musicisti ma ricordo come fosse ieri di quando, in macchina con mia madre, ascoltavo dei bellissimi CD di una collana che si chiamava L’albero della musica. Di quei dischi me ne rimase particolarmente impresso uno con alcune sonate di Scarlatti registrate di Kirkpatrick e la bellissima sonata Op. 5 n. 4 di Handel: all’età di sei o sette anni mi trovavo a subire in modo irresistibile il fascino della musica barocca; tuttavia, anche se passavo interi pomeriggi a fare i compiti con l’orecchio teso al Clavicembalo ben temperato, ogni mattina andavo a scuola come un normale bambino di sette anni. In una di queste mattine la mia classe fu portata ad assistere a un breve concerto; i musicisti alternavano brani d’insieme a pezzi solistici: quando l’insegnante di chitarra cominciò la sua esecuzione, rimasi totalmente rapito dal suo suono che da un lato mi ricordava quello tagliente del clavicembalo ma che, dall’altro, aveva un corpo e una dolcezza che non conoscevo ancora. Tornato a casa da scuola riferii subito a mia madre che dovevo assolutamente suonare la chitarra”.

Diploma di conservatorio a pieni voti e laurea in lettere alla Cattolica di Milano con lode. Qual è il segreto per conciliare con successo due mondi distanti ma allo stesso tempo complementari?

“Quando ho scelto di iscrivermi al corso di Lettere Classiche in Cattolica non avevo ancora le idee chiare su cosa avrei potuto “fare da grande”: la mia scelta era stata dettata dalla grande ammirazione che alla fine del mio percorso liceale nutrivo per alcuni autori. Il primo anno di studio fu intenso: dovetti tradurre un gran numero di testi per l’esame di Latino e credo che quest’esperienza sia stata determinante nel rendermi conto che la musica – nella mia vita – non poteva restare relegata in un angolo. Questa consapevolezza si è rafforzata dopo l’incontro con Benedetta, la mia fidanzata cui sono legato da quasi cinque anni, e con alcuni nuovi amici: non potevo più fare a meno di prendere sul serio la mia passione per la chitarra. L’Università è diventata il luogo in cui ho potuto ampliare in modo decisivo i miei orizzonti culturali: ho imparato che tutte le espressioni artistiche, sono accomunate dal fatto di essere un semplice mezzo, attraverso cui i loro autori scelgono di condividere ciò che la vita gli ha fatto percepire come essenziale. Non credo in un sistema perfetto che permetta di portare avanti in parallelo la professione musicale e lo studio universitario; ho semplicemente raccolto tutte le sfide piccole e grandi che mi sono presentate davanti, dalla registrazione del mio primo CD terminata due settimane prima dell’esame di Greco, alle lunghe mattine passate in segreteria, fino alla laurea.

Esiste una fonte massima di ispirazione per un ragazzo degli Anni Novanta che riesce ad emozionare l’Auditorium di Milano?

“Per emozionare un pubblico credo sia indispensabile essere stati toccati a propria volta dall’incontro con degli artisti dotati di un carisma speciale. Sono tre i grandi personaggi cui mi riferisco; il primo è inevitabilmente Andrés Segovia, padre della chitarra classica che ha fatto conoscere al mondo questo bellissimo strumento e ne ha investigato ogni possibilità espressiva. Altra figura che ammiro tantissimo è Carlos Kleiber, uno dei più grandi direttori d’orchestra di sempre; nel suo modo di dirigere ogni gesto assumeva un valore estetico sublime. Non posso infine astenermi dal menzionare tra i miei riferimenti musicali Alberto Zedda, direttore d’orchestra, anima della Rossini reinassance e autore nel 1969 della prima edizione critica del Barbiere di Siviglia. Nei lunghi momenti di dialogo che ho avuto il privilegio di condividere con lui ho potuto approfondire un approccio umanistico ai problemi della filologia musicale; di Zedda mi affascina particolarmente l’idea per cui lo stile interpretativo consiste nell’adattare la lettura di un’opera alle condizioni della cultura e del gusto proprie del mondo in cui si vive: di certo essere informati a proposito delle prassi esecutive delle varie epoche è importante, ma essere saldamente radicati nel presente lo è ancora di più.