Dalla Sardegna al Tg1, Annapaola Ricci si Racconta per i Nostri Lettori

Quali sono i segreti per una buona informazione nell'era del web 2.0, della mistificazione, e soprattutto dell'open journalism?

Quelli di sempre: approfondire il più possibile l’argomento e verificare accuratamente l’attendibilità delle fonti.

Quale è stato, se ce n'è uno, il servizio che in questi anni hai preparato con maggiore difficoltà e perché?

Lavorando da oltre un anno nella redazione Esteri del Tg1, dopo svariati anni nella Cronaca Bianca, non nego che ogni argomento sia per me molto impegnativo. Non ricordo, però, servizi che mi abbiano richiesto particolari difficoltà: mi concentro sulla messa in onda. Se vado con la memoria a un servizio che, nei miei primi anni da giornalista, mi diede parecchio filo da torcere, ricordo una paginata sugli “slang” giovanili per il quotidiano sardo.  Il capo della cultura me lo fece scrivere e riscrivere parecchie volte, io stessa non riuscivo a capire cosa volesse. Un’esperienza abbastanza frustrante, per fortuna remota.

Annapaola Ricci_tg1

Ti è mai capitato di avere vedute diverse rispetto ai tuoi collaboratori? Come si affronta una tale situazione?

Io ho una massima che a volte mi aiuta a stemperare gli inevitabili contrasti che possono capitare in qualsiasi redazione: “Solo chi striscia non inciampa”. Diciamo che si deve prescindere dalle antipatie personali, per il resto ogni giornalista dovrebbe seguire la propria natura e assumersene le conseguenze. Ci sono gli yes-men per scelta e quelli che lo sono per debolezza – i vasi di coccio, come li definiva Manzoni - all’estremo opposto ognuno di noi ha incontrato il “Pulitzer” incompreso, che se gli tocchi una virgola apriti cielo. Poi ci sono gli eterni “professorini”, che devono farti lezione sempre e comunque. Spetta a ognuno di noi decidere, con la propria coscienza, quando e se – volta per volta-  valga davvero la pena di lottare e imporsi.

Che cosa significa fare un buon servizio e quanto di tuo ci puoi inserire?

Fare un buon servizio per me significa dare, nei limiti dello spazio che mi viene concesso, tutte le informazioni che io ritengo utili per permettere al lettore-telespettatore di capire cosa stia accadendo. Di mio ci posso mettere solo il criterio e l’ordine con cui scelgo le informazioni da dare. Nessun giudizio e nessun preconcetto. Non amo il giornalismo-crociata e le mie opinioni non devono confliggere con quello che devo raccontare. Quando sarò più anziana e famosa e mi chiederanno di fare l’editorialista, ne riparleremo.