Dalle Torri Gemelle a Dacca, Passando per Londra e il Bataclan: Come Reagisce il Mercato agli Attacchi Terroristici?

Dacca

Non importa più dove avvenga, quante vittime faccia e a opera di chi sia. L’attacco terroristico lascia dietro di sé un vuoto in cui facilmente s’insidiano rabbia, intolleranza e angoscia generalizzata, una serie di effetti collaterali psicologici di dannosità paragonabile a quelli materiali. Ma se l’umana specie sembra non riuscire ad abituarsi alla violenza, borsa e mercati ci fanno sapere di poter accusare il colpo un po’ meglio. Il che coglie abbastanza di sorpresa. La situazione siriana e attacchi come quelli di marzo ad Ankara, in Turchia, e Lahore, in Pakistan, si traducono generalmente in restrizioni all’offerta di petrolio, con conseguente incremento del prezzo e ripercussioni negative sulle industrie a esso collegate, prime fra tutte trasporti ed energia. Non solo: stragi simili a quelle di Parigi e Bruxelles minano l’intero settore turistico, infierendo ulteriormente sul sistema di trasporto (in particolare aeroportuale) e di tutte le aziende che in queste strutture abbiano investito (ad esempio con l’apertura di costosi punti vendita, dalla sartoria di Boggi al fast food di McDonald’s). È per questo che suona un po’ surreale apprendere della resilienza dimostrata dai mercati all’indomani di stragi dalla portata globale.

Mercato Azionario

Eppure i numeri parlano chiaro. In particolare quelli di Elvis Picardo, vicepresidente della Global Securities Corporation che ha intrapreso uno studio sulle reazioni delle borse internazionali a determinati episodi terroristici. Il primo a essere considerato è quello di Mumbai del 12 marzo 1993, cui tra l’altro lo studioso ha assistito personalmente. La prima esplosione avviene nella sede del Bombay Stock Exchange, fulcro dell’attività finanziaria indiana, seguito da altri 13 attacchi in zone diverse della città per un totale di 250 vittime. Era venerdì; l’impatto sugli indici di borsa e sull’economia locale è stato minimo e il lunedì seguente la città è tornata operativa come se nulla fosse successo. Di stampo completamente diverso è l’11 settembre di otto anni dopo. Al di là dei costi diretti e indiretti dell’attentato, stimati in 27.2 miliardi di dollari dall’OECD e in addirittura 3.3 triliardi dal New York Times, alla riapertura dei mercati del 17 settembre l’indice S&P500 aveva perso il 13.5% rispetto ai valori della settimana precedente, seguito dal Dow Jones Industrial Average (DJIA) che brucia in pochi giorni il 7.1%. Tuttavia, poco più di un mese dopo il mercato inizia a riprendersi, chiudendo l’anno con un rialzo del 5.1% rispetto ai valori pre-attentato. Stesso dicasi per la strage di matrice islamica avvenuta nel marzo 2004 a Madrid, quando 191 persone hanno perso la vita durante quattro esplosioni su quattro diversi convogli regionali. L’IBEX 35, il benchmark di riferimento del mercato borsistico spagnolo, perde nell’immediato il 7.6% per poi chiudere l’anno in rialzo del 9.5%. Un simile trend si osserva l’anno dopo, in occasione dell’attacco kamikaze di Londra nel luglio 2005, con 56 vittime tra le esplosioni di metropolitana e autobus. Il FTSE100, l’indice londinese che raggruppa le 100 società a più alta capitalizzazione, crolla (solo il giorno stesso) di poco più del 4%, recupera immediatamente e a fine anno registra valori il 7.4% più alti rispetto alle chiusure il giorno prima degli attacchi. Parigi e Bruxelles non sono state da meno. Il CAC40 francese scende dell’1% e subito si riprende, il BEL20 brucia l’1.7% e dopo neanche una settimana recupera di 1.5%, in entrambi i casi supportati da un resistente EuroStoxx50, che scende e risale di meno del 2%.

Bataclan

Se l’analisi di Picardo si esaurisce qui, gli attacchi terroristici di quest’anno no. Kabul, Mogadiscio, Hurghada, Jakarta fino ad arrivare ai recentissimi Istanbul e Dacca. Un aeroporto e un ristorante, luoghi oggetto di mire estremiste tanto paradossalmente quanto, ormai, prevedibilmente. Anche per il mercato? Parrebbe di sì. In Turchia il colpo è stato accusato, ma solo dalle compagnie aeree: TAV Airports, primo operatore turco per numero di passeggeri, ha perso il 6.5%, mentre la compagnia di bandiera Turkish Airlines se l’è cavata con un calo del 2.7%. A livello aggregato, invece, è andata meglio: il BIST100, uno dei tre principali indici della Borsa di Istanbul, scende dal giorno dell’attentato a quello successivo di un impercettibile 0.2%, per poi riprendere immediatamente a salire, guadagnando l’1.6% il primo luglio e il 2.1% lunedì 4. C’è da dire che alla tenuta del mercato ha anche contribuito la decisione di Vladimir Putin di eliminare le restrizioni per i turisti russi a visitare la Turchia. Una decisione presa il 30 giugno non in seguito all’attentato ma a una lettera, ricevuta esattamente il giorno prima che avvenisse, con la quale il presidente turco Erdogan si scusa per aver abbattuto un aereo russo al confine con la Siria il 25 novembre scorso. Del resto può capitare.

Dacca

È ancora presto, invece, per le analisi borsistiche sul Bangladesh: gli ultimi dati sui volumi scambiati fanno riferimento al 30 giugno, quando il DSEX, che non è una versione erotica del Nintendo ma l’indice rappresentativo del 97% di tutto il capitale quotato, era in rialzo dello 0.83%, e quando mancavano ancora 24 ore all’attacco rivendicato dall’isis. In ogni caso Dacca non è esattamente tra i principali mercati di trading azionario ed è perciò molto probabile che gli effetti da questo punto di vista siano minimi. Maggiori, se mai, quelli sull’industria tessile: un mercato da 26 miliardi di dollari che rende il Bangladesh secondo esportatore al mondo (dopo la Cina) e impiega 4 milioni di lavoratori. I giapponesi di Fast Retailing, che nell’attentato hanno perso 7 connazionali, hanno sospeso ogni viaggio d’affari “non necessario” verso il paese mentre H&M, Puma e Hassan (che produce per US Polo, Benetton, Marks&Spencer) hanno ricordato le misure di sicurezza già previste per i lavoratori senza palesare la minima intenzione di ritirare, sospendere o trasferire la produzione. A quanto pare, anche l’economia reale terrà.

Ma come mai i mercati reagiscono tanto placidamente alla notizia di una strage di portata simile a quelle appena ripercorse? Due i filoni di pensiero emersi dagli addetti ai lavori. Il primo sostiene che i mercati, ormai, se l’aspettino. E i mercati, si sa, reagiscono male solo a ciò che non si aspettano. Sembra quindi che abbiano in qualche modo iniziato a “prezzare” l’instabilità derivante dagli attacchi, a inglobarla nel valore azionario dei titoli diminuendone così la volatilità. Dall’altro lato c’è chi pensa che gli investitori percepiscano questi fenomeni come rari, isolati e soprattutto capaci di provocare conseguenze solo di breve termine: i consumatori non abbandonano la propria attività economica, al massimo la pospongono. Si rimanda il viaggio in Egitto, l’aereo per Parigi, per un po’ magari si evitano metropolitane e centri commerciali. Ma poi si riprende, un po’ per necessità e un po’ per dimostrare, nel proprio piccolo, che la politica del terrore non ha (ancora) vinto.