Donald Trump e Politica Economica: Cosa Dobbiamo Aspettarci?

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Per cause geografiche (e quindi di fuso orario) abbiamo seguito l’elezione del 45° Presidente degli Stati Uniti durante la notte. Un arco di tempo in cui si amplificano gli stati d’animo e le emozioni, perfettamente riassunti dall’affermazione del Presidente uscente Barack Obama: “Comunque vada, domani sorgerà sempre il sole”.

La vittoria di Donald Trump ha suscitato il medesimo stupore provato dopo i risultati della Brexit: due votazioni con esiti totalmente inattesi (per alcuni sconcertanti), che deludono le speranze di gran parte dell’establishment politico ed economico internazionale. È chiaro: siamo di fronte a segnali “storici”, a decisivi cambi di direzione rispetto alle politiche adottate in quest’ultimo decennio. Importanti player mondiali intraprenderanno nuove strade per gestire i cambiamenti sociali e tecnologici che derivano dalla globalizzazione. Abbiamo appreso, forse anche esageratamente, della vita imprenditoriale e privata del futuro Presidente Trump. Tuttavia, quello che interessa di più è cercare di immaginare quali saranno le scelte di politica economica che si appresterà a fare.

È necessario prima capire come siamo giunti sino a qui: nonostante l’economia americana stia crescendo al tasso del 3% e il reddito medio delle famiglie sia aumentato circa del 5%, siamo ancora sotto i valori pre-crisi del 2008. Ciò che più rileva è però l’alto livello di disuguaglianza della ricchezza: circa l’1% della popolazione americana detiene il 18% della ricchezza, un indice salito di ben otto punti percentuali dal 1980. Già in questi pochi dati risiedono i motivi che hanno indotto a cambiare direzione rispetto alle politiche adottate sino ad oggi.

La domanda da porci è la seguente: può funzionare bene un sistema economico senza la capacità di spesa e d’investimenti della classe media? La risposta è negativa, quantomeno nell’esprimere il vero potenziale di crescita. Il candidato Trump ha raccolto questo malcontento, senza nemmeno il bisogno di avere l’appoggio totale del partito repubblicano. Questo è il vero evento di portata storica: la maggioranza degli americani ha voluto interrompere il circolo vizioso che si era creato tra l’establishment politico e l’élite finanziaria. L’uno e l’altra trovavano reciprocamente la giustificazione per salvare loro stessi, a spese della classe media. Alla prima occasione, il sentimento di ribellione per questa situazione ha prevalso, portando all’elezione di un candidato capace di ascoltare le relative istanze, nella posizione istituzionale più influente al mondo. Il vento sta cambiando nei paesi anglosassoni, faremmo bene a rendercene conto velocemente anche in Europa.

Dopo questa premessa, torniamo alla futura agenda economica del nuovo Presidente procedendo per temi principali:

  • Lavoro e Crescita: sono previsti massicci investimenti nel settore della difesa e delle infrastrutture, le attese parlano di un tasso di crescita economica del 3,5% e circa 25 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi 10 anni;
  • Tasse e Spesa Pubblica: si prevede di tagliare le tasse per le imprese dal 35% al 15%. Per le persone fisiche, Trump promette una semplificazione delle aliquote fiscali in tre fasce con livelli del 12%, 25% e la massima nel 33%. Il Presidente ha inoltre indicato l’intenzione di togliere le tasse di successione, scelta che andrebbe, per il parere di chi scrive, in controtendenza rispetto ai “valori” americani, basati sul concetto di costruzione del proprio futuro, anziché ereditare (senza pagare) posizioni economiche di privilegio. La stima della riduzione delle entrate fiscali per i prossimi dieci anni è calcolata in circa 6 miliardi di dollari, importo che naturalmente andrebbe ad aumentare il deficit pubblico. Per far fronte a questa riduzione di entrate, la nuova amministrazione americana attirerà capitali offrendo tassi d’interesse in crescita. Gli operatori di mercato hanno già elaborato queste prospettive, iniziando, da subito, a vendere titoli di stato americani;
  • Commercio internazionale: Trump accusa molti partners commerciali di concorrenza sleale (uno su tutti: la Cina), quindi l’intenzione è di introdurre dazi e tariffe su prodotti e servizi acquistati dall’estero, azione che potrà attuare anche senza passare per una approvazione del Senato. Nonostante ciò, la volontà è di sviluppare accordi selettivi nel commercio internazionale applicando una consolidata teoria della scuola di Cambridge;
  • Politica monetaria: il futuro Presidente ha espresso, in varie occasioni, critiche per l’uso eccessivo e troppo prolungato della politica di Quantitative Easing (espansione monetaria). Ci potremmo aspettare anche un cambio alla guida della banca centrale americana (FED), certo è che la moneta dovrà tornare ad essere impiegata in investimenti pubblici e privati, anziché essere di uso esclusivo delle banche, le quali, nella maggior parte delle occasioni, l’hanno investita in attività puramente speculative;

Scopriremo se gli effetti sulla crescita del Pil saranno maggiori dei “costi” del debito. Un capitolo a parte meriterebbe, ma ci saranno occasioni per parlarne, valutare le ripercussioni per l’economia europea. Per ora concentriamoci su quali effetti avrà sui nostri portafogli. La prima indicazione riguarda i settori che ne beneficeranno: quello manifatturiero, delle infrastrutture, della difesa e della farmaceutica, a scapito delle aziende di Silicon Valley (New Economy).

Tra gli effetti delle scelte di politica economica dovrebbe riapparire la tanto agognata inflazione, che comporterà una discesa dei valori obbligazionari e una crescita dei prezzi delle commodities (attenzione al maggiore interesse per i beni rifugio quali l’oro e metalli). In questo scenario la moneta americana, offrendo tassi interesse crescenti, si rafforzerà rispetto alle altre valute. Possiamo tuttavia aspettarci che ciò non avvenga in modo eccessivo, per non compromettere troppo le esportazioni. Come effetto collaterale rimane una forte preoccupazione e rischio per alcune posizioni di debito dei paesi emergenti, detenuto in dollari.

In generale è importante evidenziare un cambio sostanziale di “paradigma economico” nello scenario globalizzato: le politiche sia in Asia (Cina, India) sia in America tralasciano la ricerca della crescita attraverso le esportazioni per avviare uno sviluppo della domanda interna (consumi e investimenti). L’economia globale così gestita ultimamente aveva evidenziato i propri limiti, qualora tutti continuassero a ricercare la crescita spingendo le esportazioni con una rincorsa a continue svalutazioni competitive. Queste sono solamente alcune prime osservazioni sulle nuove prospettive economiche internazionali; l’auspicio generale, quantomeno per le scelte di portafoglio, è questo: accantoniamo le emozioni e tralasciamo le visioni politiche, cerchiamo invece di sfruttare le opportunità che si origineranno da questi cambiamenti.