Elezioni Politiche in Giordania, Avanzano le Donne e il Partito Islamista

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All’ombra delle tanto attese e “chiacchierate” consultazioni elettorali americane in programma l’8 novembre e di quelle russe tenutesi lo scorso lunedì, a gran parte dell’opinione pubblica mondiale è passato del tutto inosservato il fatto che in uno dei rari paesi del Medio Oriente rimasto (quasi) indenne alla Primavera Araba, ossia la Giordania, un milione e mezzo di cittadini (il 36% della popolazione) si sono recati alle urne, per rinnovare il Parlamento, lo scorso 20 settembre.

Malgrado la riconferma scontata dei conservatori vicini al re, i risultati evidenziano da una parte l’ascesa del partito islamista (assente per protesta nelle due precedenti tornate elettorali) legato al movimento transnazionale dei Fratelli Musulmani, dall’altra un leggero ma significativo aumento della rappresentanza femminile. Guardando i dati da vicino, il numero di donne elette in Parlamento è arrivato a 20 (dopo la riforma elettorale, il Paese ha ridotto il numero di seggi a 130 dai 150 delle legislature precedenti, di cui mediamente il 10% era occupato dalle donne). È così che il 20 settembre 252 candidate, numero assolutamente da record nella storia del paese, si sono presentate alle elezioni riscuotendo un 16% finale di rappresentanza femminile in Parlamento.

Contestualmente a quest’ondata progressista e di emancipazione, vi è stato anche il ritorno del partito islamista. Facendo un breve accenno al passato, nel regno hashemita il movimento del Fratelli Musulmani è stato sempre più confinato per timore di diffusione di gruppi islamici radicali nonché per la sua attività antimonarchica. In compenso, è tornato attivo nella partecipazione al voto il suo braccio politico, l’Islamic Action Front (IAF). Questo partito è rientrato in Parlamento dopo anni di boicottaggio e astensionismo per protesta contro il sistema politico che favorisce le alleanze tribali molto forti nel regno a scapito dei partiti politici (tra cui l’IAF) più forti nelle città. Le due vere novità che hanno permesso la riscossa dell’IAF (secondo i risultati preliminari dovrebbero ottenere quasi una ventina di poltrone) sono, da una parte, lo strappo con l’Islam politico più conservatore e tradizionalista, sancito dall’abbandono dello storico slogan “l’Islam è la soluzione”, dall’altra l’alleanza elettorale con le liste laiche e critiche. Il cavallo di battaglia è stato, senza ombra di dubbio, la richiesta di riforme accompagnato da una rivendicazione di maggior trasparenza e di inclusione politica dei cittadini, senza contare le numerose sfide legate all’esponenziale debito pubblico, alla crescente disocupazione giovanile e alla difficile questione dei profughi siriani.

La corona continua a governare per decreto: il re ha in mano il potere esecutivo e ha poteri pressoché assoluti in numerose competenze. Malgrado le piccole scosse, l’establishment non ha subito un particolare mutamento, ed è difficile immaginare cambiamenti sostanziali nella direzione governativa. Ma è anche vero che questa riscossa potrebbe tradursi, per l’Islam politico, in un importante ritorno sulla scena internazionale del Paese, e di conseguenza sugli equilibri del Medio Oriente.