Elezioni Usa, il New York Times Chiede ai Suoi Lettori di Votare per Hillary Clinton

WASHINGTON, DC - SEPTEMBER 16:  Democratic presidential nominee former Secretary of State Hillary Clinton speaks during the Black Women's Agenda's 29th Annual Symposium on September 16, 2016 in Washington, DC. Clinton is back on the trail and campaigning in D.C. after taking some time off to recover from pneumonia. (Photo by Justin Sullivan/Getty Images)

“La nostra approvazione giace nel rispetto per il suo intelletto, il suo coraggio e la sua esperienza”. Così il New York Times, in un articolo firmato da tutto il team editoriale, ha dichiarato pubblicamente il suo supporto alla candidatura presidenziale di Hillary Clinton.
Nell’America liberale -dove anche le elezioni sono una corsa al massacro, tra costosissime campagne elettorali e offese pubbliche- il noto magazine americano ha lasciato cadere il velo del “bipartisan” e della neutralità. “In qualsiasi altra elezione avremmo confrontato i due candidati parte per parte su diverse questioni. Ma questa non è un’elezione normale. Un confronto sarebbe un esercizio vuoto in una corsa dove un candidato, Hillary, la nostra scelta, propone una serie di servizi e idee pragmatiche, e l’altro, Donald Trump, non ha offerto niente di concreto”.
Con questa scelta, la storica testata della Grande Mela ha tracciato una linea di demarcazione molto netta nel mondo dei media e nel resto del Paese, alimentando inaspettatamente il giornalismo partitico. Il New York Times ha poi continuato sostenendo con delle prove evidenti il suo unilaterale supporto in queste elezioni: “Hillary Clinton non è il miglior candidato perché non è Donald Trump. È il miglior candidato perché ha la capacità di prendere in mano le sfide che questo Paese sta affrontando”.
Nonostante la lunga lista di successi, di opere benefiche e di volontariato a favore di bambini svantaggiati, viene da chiedersi se l’opinione offerta dal New York Times non abbia superato una certa deontologia professionale. Per quanto Hillary Clinton abbia alle spalle una solida carriera politica, il magazine statunitense si dimentica di sottolineare il coinvolgimento di Hillary negli interventi in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003.
E sorvola anche sul fatto che la Clinton si sia spesso e volentieri espressa in modi tutt’altro che diplomatici: il 3 luglio 2015, durante un discorso al Dartmouth College, Hillary Clinton definì l’Iran “una minaccia per l’esistenza di Israele”. Durante la campagna presidenziale del 2008, la Clinton sottolineò ancora una volta l’interdipendenza tra Israele e Stati Uniti: “Gli Stati Uniti stanno dalla parte di Israele adesso e per sempre. Abbiamo condiviso interessi, ideali e valori comuni.” Ha poi continuato affermando: “Voglio che gli iraniani sappiano che se sarò presidente attaccheremo l’Iran. Se nei prossimi 10 anni dovessero stupidamente considerare di attaccare Israele, saremo capaci di cancellarli totalmente”.
Hillary Clinton non è dunque l’angelo della politica americana, e in un mondo sempre più diviso da conflitti, dove la retorica patriottica di Trump si è diffusa come un fiume in piena, appoggiare così apertamente un candidato “interventista” comporta delle responsabilità. La deliberata scelta di usare l’enorme potere mediatico di un magazine così credibile per influenzare in un modo o nell’altro la scelta dell’elettore suona quantomeno coraggiosa.
Il New York Times conclude affermando: “Attraverso guerra e recessione, gli americani nati dopo l’11 settembre hanno dovuto crescere velocemente, e meritano un presidente adulto. Una vita dedicata a risolvere problemi nel mondo reale fanno di Hillary Clinton la candidata ideale per questo incarico, e il Paese dovrebbe metterla a lavoro”.
Sembra che il gli editorialisti del New York Times, disposti a tutto pur di evitare che la catastrofe Trump si abbatta sugli Stati Uniti, abbiano voluto optare per “il meno peggio,” scegliendo di dare la propria opinione e di lasciare la neutralità del giornalismo in cantina. Almeno fino a novembre.