Enrico Ruggeri: “Ora Radio e Internet Decidono il Successo di un Cantante”

enrico ruggeri

“Le grandi canzoni sono quelle che resistono all’usura del tempo”.

E’ così che una delle figure più versatili del panorama musicale italiano si presenta davanti agli occhi curiosi di moltissimi studenti che, con frenesia ed entusiasmo, hanno riempito ogni spazio dell’aula Manfredini. Parliamo di un personaggio amato per le sue caratteristiche uniche come la capacità di reinventarsi restando sempre se stesso. Del “mettersi in gioco” ne ha fatto una regola di vita piuttosto che una semplice formula e la sua voce così profonda e penetrante riesce a regalare emozioni in ogni modo, attraverso una canzone o una semplice lettura. Per chi non l’avesse già intuito è Enrico Ruggeri il super ospite di Bocconi d’Inchiostro, associazione letteraria della medesima università.

Ad accoglierlo con emozione Gerardo Masuccio, organizzatore dell’evento, accompagnato dal moderatore della conferenza il docente Nicola Fabbri che presenta il cantautore in modo molto ampio per intraprendere una digressione storica relativa all’atmosfera che si viveva negli anni ‘70 e il dualismo tra i cantautori impegnati, una musica co-popolare – il più delle volte qualunquista – e la musica di reazione tipica del gruppo fondato da Ruggeri “i Decibel”, fondamentalmente di nicchia. Il nostro artista dimostra ancora una volta spiccata sensibilità d’animo che traspare in ogni riflessione e commento, rendendo interessanti argomenti anche lontani dal nostro presente, come solo un vero comunicatore di qualità sa fare. Non è mancato il tempo per qualche momento di ilarità e di ironia. Ha ribadito di avere una grossa passione per la letteratura italiana (e chissà perché questo non ci sorprende), e di amare particolarmente l’autore meneghino con la sua opera immortale. Tra le tante affermazioni vogliamo ricordarne una rilasciata poco prima della conferenza: “ragazzi, spero che tra qualche anno leggendo i miei testi non facciano come fanno con Manzoni: ohhh, che palle Ruggeri…”. Scoppia una risata condivisa e le parole restano immortalate in 12 minuti ricchi di storia conservati in un registratore che può smettere di scorrere.

La sua carriera da solista ha avuto inizio nel 1981. Rispetto a quegli anni come trova sia cambiato lo stato di salute dell’industria musicale italiana? E’ vero che oggi sono le radio a determinare, più di ogni altro mezzo, il successo di un disco?

“Assolutamente sì. Lo spartiacque che ha cambiato tutta la storia della musica è stato internet con l’avvento della musica gratis (con youtube, spotify.com e compagnia bella) perché prima le case discografiche avevano guadagni molto alti, di riflesso anche gli artisti, e quindi possibilità di investire. Quando io ho iniziato si diceva di un cantante esordiente “se non ce la fa al quarto album dobbiamo mollare il colpo…” oggi se il primo singolo non piace a cinque operatori radiofonici importanti il cantante deve cambiare mestiere. Noi sicuramente ci siamo persi il Fabrizio De Andrè del 2020 e il De Gregori del 2018 perché il livello non può essere precipitato, credo che siano persone che esistono ma che in questo momento hanno smesso di cantare perché non c’è una casa discografica che abbia le possibilità di investire su di loro. Quindi è chiaro che oggi il settore musicale viaggi sull’immediato, devono esserci riscontri entro due o tre mesi. Quando tutto si gioca sulla canzone di esordio il potere finisce per andare alle radio che hanno in mano lo scettro decisionale del successo”.

Come è nata l’idea di raccontare attraverso un programma radiofonico – “Il falco e il gabbiano” – delle storie che non sempre hanno qualcosa in comune tra loro. In base a quale criterio le sceglie?

“Un criterio molto semplice: cose che mi interessano e sulle quali penso di essere molto informato anche se, man mano che prendo in mano la storia e l’autore, mi accorgo che rispetto alle mie precedenti conoscenze i retroscena sono innumerevoli. Quindi c’è soltanto un criterio estetico, umorale e non esiste una regola precisa.  Infatti ho raccontato generi e personalità diverse: da Cantona a Lou Reed, etc…”

Ce n’è una che preferisce tra le tante?

“Trovo molto interessante quella di Braille perché siamo agli inizi dell’800 e c’è questo bambino, figlio di un maniscalco, che con un aggeggio del padre si ferisce ad un occhio e diventa cieco. Anche se molto piccolo decide di conservare il ferro che lo ha reso invalido. Viene messo in un istituto perché il massimo a cui poteva ambire un bambino non vedente era quello di tagliare cestini. Invece sorprende tutti perché decide di studiare utilizzando proprio quel ferro che grattugia su delle lamine. Alla fine, come sappiamo, ha inventato uno strumento che rende la vita meno terribile a tante persone”.

In questi anni ha dimostrato di essere uno degli artisti più versatili del panorama musicale italiano. C’è qualcosa che se potesse tornare indietro non rifarebbe o farebbe in modo diverso?

“Come tutti quelli che fanno il mio mestiere mi è capitato di fidarmi di persone sbagliate perché ci sono stati anni in cui ero gestito da gente non onesta o sprovveduta. Col senno di poi riguarderei bene l’organizzazione del lavoro, dell’immagine, dei rapporti con la discografia. Tuttavia agli inizi firmi qualsiasi cosa ti mettano sotto al naso e la voglia di fare musica è superiore a quella di gestire il patrimonio”.