“Essere Lucani Non è più un Limite” Dino Paradiso Racconta la sua Terra

Dino Paradiso

“Ridi, ridi… per te è facile essere italiano, ma io… sono lucano!”

In queste parole la rivincita, il sarcasmo e l’amarezza di un popolo riservato ma intraprendente, circondato da colline all’orizzonte, vette imbiancate, litorale ionico e tirrenico, paesaggi mozzafiato e calanchi di argilla. Non stiamo parlando di Lucca. Ma della patria dell’Amaro Lucano. (E questo non è il nome del proprietario). Per coloro che ignorano: essere lucani significa essere della Basilicata. E per citare Papaleo, capita che gli stessi abitanti dimentichino di farne parte, pur vivendoci. Si ritrovano a condividere un’identità che a volte tradiscono ma che, allo stesso tempo, conservano negli angoli più profondi della loro esistenza. Terra di briganti e di scrittori, da Francesca Barra a Simone Zaza: se “Cristo si è fermato ad Eboli”, Carlo Levi è morto ad Aliano. Oggi, con orgoglio, anche patria di comici cabarettisti. A raccontare delle sue atipicità uniche, a preservarla come una donna vissuta ma ancora fragile, portandola nelle case degli italiani con estrema semplicità e con tradizioni che profumano di radici, è uno dei volti più noti di Colorado: Dino Paradiso. Battezzato Bernardino, classe ‘79 e nato nello stesso paese di Francis Ford Coppola: Bernalda, non Hollywood! Dagli sterminati campi di grano e apatia dei giorni andati il suo viaggio è cominciato sin da subito, inconsapevolmente, tra le stradine scoscese e le sedie di un bar, in compagnia dei suoi amici, quelli di sempre, pronto a sfoderare battute ricche di talento, a lui ancora estraneo.

dino paradiso colorado

Lo stesso Paradiso afferma che “la presa di coscienza arriva dopo la laurea in Scienze Politiche grazie alla scuola per attori comici di Serena Dandini, inaugurata nel capoluogo lucano”. Oggi verrebbe da dire: per fortuna! Se la Basilicata non è ricordata soltanto per le trivelle e il petrolio, per le citazioni fuori luogo del politico di turno, per le gaffe di un metereologo che sbaglia nome e finge indifferenza, è anche merito delle parole di questo giovane uomo, capostipite di una narrazione ruspante e inedita, che si fa ascoltare e battere le mani perfino in uno studio televisivo pieno di nordici. Tra un mese dividerà il palco dell’Arena di Zelig con Chicco Paglionico in uno spettacolo da non perdere, nelle date 30 e 31 gennaio, che lo vedrà artefice di risate e silenzi, quelli che fanno bene all’anima. Sicuramente merito della sua capacità di ammaliare anche coloro che continuano a non sapere la differenza tra Matera o Maratea. “Tuttavia, nella sfortuna, noi ci sentiamo fortunati”- afferma. Perché la domanda esistenziale che si pongono tutti è nata proprio lì.

A “cosa vuoi di più dalla vita?” loro rispondono “niente”; sono già lucani ed hanno anche Dino Paradiso.

Leggendo la sua biografia afferma che la preparazione è avvenuta “sul campo” osservando la gente nei suoi atteggiamenti quotidiani. Come e quando ha capito che questa passione sarebbe diventata la sua professione?

“Istinto e passione, le due cose hanno sempre viaggiato insieme. In realtà è capitato tutto dopo l’università, era l’anno in cui mi stavo per laureare e venni a conoscenza che Serena Dandini avrebbe inaugurato a Potenza la sua scuola per attori comici, “Comic Lab”. Provino ed iniziai subito a frequentare. Mi mancava la tesi e due esami. Dentro di me avevo già iniziato a pensare che questo sogno potesse realizzarsi anche se nella mia terra non avevo la possibilità di chiedere consigli a nessuno. La mia preparazione è avvenuta per strada perché mi sono ritrovato a fare alcuni personaggi del mio paese, Bernalda, per gli amici. Nasco come imitatore e il modo di approcciarmi è sempre stato burlesco, come fanno quelli che raccontano le barzellette. Quindi posso affermare che una nuova consapevolezza è giunta dopo la scuola con Serena Dandini, solo allora ho iniziato a capire come funzionasse”.

E’ il primo lucano a varcare il palco di un programma televisivo italiano come Colorado e a descrivere la sua terra con ironia ma in tutte le sfaccettature. Quanto tempo impiega nella stesura di uno sketch e come è nata questa collaborazione?

“Voglio precisare che i primi sketch sono stati con “La Ricotta” a Zelig. Devo ammettere che nel mio modo di presentarmi c’è un qualcosa di inedito. Sono il primo che entra in scena facendo dell’appartenenza regionale il punto di inizio della performance. Mi piace esordire con una riflessione che è sia territoriale che culturale, dicendo semplicemente: sono della Basilicat! Non nascondiamo che dirlo poteva anche essere interpretato come un “handicap”. Il mio obiettivo, invece, è stato quello di trasformare questo “limite” in una caratteristica che conferisce una sorta di unicità. Tale aspetto può diventare, se lo studi e sfrutti con intelligenza, un punto di forza. Per esempio Baz non sappiamo da dove viene. Essere lucano, invece, è l’unico elemento che avrebbe potuto differenziarmi dagli altri. Nella sfortuna essere fortunati. Il non essere conosciuti ti inquadra in una storia che va ancora letta e narrata. Quindi se dicessi che in Basilicata avessimo degli asini con tre orecchie ci crederebbero. Per quanto riguarda la collaborazione con Colorado si può dire che è nata al Festival di cabarè di Martina Franca (2013). Correva l’anno successivo e presenziavo nelle vesti di ospite in quanto vincitore dell’edizione precedente quando mi hanno invitato a fare un casting a Milano presso la Salumeria della Musica. Tra i molti “giudici” c’era anche Diego Abatantuono. Il provino è diventato la mia prima esibizione, quella con la ciabatta in mano”.

Il cabaret è un genere molto impegnativo. Pensa che sia più importante far divertire o lanciare un messaggio che faccia riflettere?

“La mia formazione non punta sulla battuta ma al silenzio che la segue. Non sono un “battutista” ma un “comico di situazione”, nei miei monologhi descrivo ciò che vivo. Butto l’occhio su un particolare che sfugge nella dinamica quotidiana delle cose. E’ chiaro che in una fase iniziale della carriera non puoi permetterti riflessioni troppo profonde, altrimenti verresti definito come “un professore”. Ricordo che ad un esame all’università risposi “secondo me…”  e il docente mi fermò subito: “Paradiso, quando avrà pubblicato almeno dieci libri potrà dire secondo me”, ed è la stessa cosa per il mondo del cabaret. Bisogna essere intelligenti perché non è facile esprimere un concetto in 3 minuti di spazio televisivo senza impelagarsi in ragionamenti che non si chiudono. Diverso è quello che accade in una piazza o in uno spettacolo teatrale dove puoi gestire il tutto come vuoi. Inoltre Colorado è un programma di intrattenimento pensato per un certo target, nessuno di noi immagina di vincere un nobel per la letteratura. E’ un programma leggero, non puoi di certo proporre fisica quantistica”.

C’è una persona da cui prende ispirazione o a cui si è ispirato?

“Ti accorgi di avere dentro geni e cromosomi che provengono dalla Storia perché i miti del passato sono entrati nel tuo modo di pensare, inconsapevolmente, e ciò si evince da quello che scrivi. Essere comici nel 2016 è molto difficile perché dopo Troisi, Walter Chiari, Proietti, Totò e Peppino diventa complicato arrivare a dire “io sono Dino Paradiso”. Questo guadagnarsi la possibilità di essere scritto nelle stelle di Hollywood è probabilmente più utopia che altro. Sebbene affermi di non ispirarmi a nessuno in realtà mi lascio condizione da tutti, ed è inevitabile. Gigi Proietti l’ho guardato trecento volte, ho rotto la videocassetta, e anche se non dovessi mai reinterpretarlo mi verrebbe difficile dire che non sia entrato dentro di me… dopo trecento volte… “.