Intervista a Fabrizio Moro: “Dire ciò che penso mi fa sentire libero”

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“Sono abituato a dire la mia anche quando so che andrò a rimetterci ma questo mi fa sentire libero”: Fabrizio Moro da Via delle Girandole 10 a Milano, in esclusiva per Smartweek.

Teatro dal Verme e un caldo sole di aprile non riesce a intimidire i primi fan euforici già dalle torbide luci del pomeriggio. “Via delle girandole” probabilmente è lontana molti chilometri ma l’artefice di questo capolavoro invece – dopo una serie di peripezie aeroportuali e un concerto a Catania poche ore addietro -, sta per arrivare. Moro, di nome e di fatto, simpatico e romano non ha bisogno di presentazioni pompose. Ogni centimetro lo ha sudato e guadagnato con il proprio talento e duro lavoro, scegliendo sempre la strada più difficile. Coraggio e libertà fanno parte del suo dna, da quel lontano palco dell’Ariston nel 2007 il ragazzo di San Basilio, nato in un quartiere malfamato e col nome di un santo, così come canta nella canzone “Un Pezzettino”, di strada ne ha fatta, passando per piazze, club, applausi e critiche – eh già, quelle non sono mai mancate.

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Oggi però si rimette in gioco e parte da una via che lo ha portato a varcare i teatri più belli d’Italia. In anteprima la città di Torino lo ha visto brillare di una luce diversa e da quel 10 aprile ha attraversato lo stivale guadagnando in scioltezza due sold out nella Capitale e ovviamente tappa per la terza volta nella sua carriera a Milano. Nel fresco del suo camerino in 15 minuti di conversazione, serietà, considerazioni e a tratti risate confidenziali, mostra di aver raggiunto un equilibrio interiore non da poco e di essere cresciuto come artista: “mi pento del modo in cui ho detto alcune cose, ho imparato che per essere un comunicatore bisogna cercare di arrivare a tutti, quindi porre i pensieri in modo più elegante e non urlando.” Una considerazione provvidenziale, una modestia disarmante e un talento che fa vibrare gli animi anche più scettici, ma che non ostenta mai. Milano freme sin dalle prime note di “Buongiorno Papà”,  accoglie l’artista con una standing ovation e quello che è il luogo sacro per eccellenza si trasforma in mani all’aria e gambe che saltano, accompagnate da echi di gioia e spensieratezza. E’ così che Fabrizio comunica, anche quando urla, scherza, sussurra. Comunica perché in ogni frase, respiro e nota c’è dentro un pizzico della sua storia. E tutto il resto, cari lettori, “sono solo parole”…

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Ciao Fabrizio. Siamo all’ottava data del tour, quali sensazioni inedite stai provando durante questo percorso?

Intanto ho imparato a non urlare durante i brani cosa che invece nelle piazze e nei club facevo quasi sempre. Ho imparato a rispettare la sacralità del posto. Sto vivendo molte soddisfazioni che hanno portato a modificare il mio punto di vista sulle cose. Questa è la terza volta che ci esibiamo a Milano e l’ultima volta abbiamo suonato di fronte a 450 persone, mentre stasera abbiamo venduto oltre 800 biglietti. E’ un punto a favore del coraggio che sto cercando. Sicuramente è un momento complicato per i cantautori che, come me, cercano un percorso libero, infatti al giorno d’oggi o si partecipa ad un talent o si è affiliati alle radio mentre per chi sceglie di essere libero l’unica strada che rimane è quella del live, convincere le persone con la propria musica, che è la parte che ti consente di restare nel tempo. Pertanto se non verrai ad un mio concerto non saprai chi sono realmente. Io separo la musica dalla tv, per me sono due cose diverse e fare questo percorso è molto più difficile.

Questo cd racchiude sensazioni e trascorsi molto personali, è per questo che hai scelto di raccontarti in un luogo intimo come il teatro?

Secondo me il tour dovrebbe essere la giusta evoluzione di quello che si crea in studio e questi pezzi sono nati nell’intimità di una stanza così come facevo vent’anni fa, quando prendevo una chitarra e creavo atmosfere intorno alle canzoni. In seguito ho iniziato a produrre gli album, a ricercare meticolosamente suoni e vibrazioni, un esempio è L’Inizio che è stato super prodotto, abbiamo sperimentato tantissimo, mentre per quest’ultimo disco ho conseguito un percorso inverso, ho cercato di rispettare l’intimità della stanza in cui sono nati i brani. E’ stato fatto tutto in analogico con un’orchestra d’archi di 40 elementi, un intimo accompagnamento. Acustico e disincantato proprio per rispettare la sacralità di quel momento e il teatro mi sembrava il giusto contesto per ricreare l’atmosfera della mia stanza. Anche se poi non è esattamente così perché ci sono dei brani che hanno un sound e una storia diversa e che ho dovuto rivedere nel corso del tour.

Nella canzone “Il Vecchio” parli della parte più stanca di te, un viaggio introspettivo, metti a chiare lettere la parte decadente dell’anima; quanto influisce sul tuo stile, scelte musicali e di vita?

Questo è un momento in cui sento di aver trovato un equilibrio tra le due parti grazie al fatto che mi sono in parte realizzato nella vita, infatti quando mi confronto con amici e coetanei mi rendo conto di essere una persona abbastanza fortunata: faccio il lavoro che amo e questo mi dà modo di sopprimere sempre di più il vecchio, brontolone che tuttavia ogni tanto ritorna però è giusto anche che ci sia.

Com’è nato Via delle girandole 10 e quanto tempo è trascorso tra la prima parola incisa sul foglio e l’ultima nota registrata?

Io scrivo di getto quasi sempre, per esempio il brano Acqua – il primo singolo, scelto per rappresentare questo cd -, è stato scritto in un’ora. Il lavoro però non finisce lì, nel tempo bisogna lavorare alla produzione del brano e rivedere i testi perché sebbene riesco a scrivere la cellula in pochissimo tempo, ed è sempre stato così, per produrre un disco ci metto molti mesi e credo di essere maniacale in questo, non mi fermo finché non trovo la mia perfezione. Gli stessi arrangiamenti capita che arrivino insieme alle canzoni, nonostante soltanto con il tempo ho compreso che un accorto più urlante può cambiarti l’intero senso del brano. Inoltre per riprodurre un suono che ho nella testa ci vogliono giorni,  e un esempio è  quello che ci è capitato con la canzone La Partita dove abbiamo provato una quindicina di casse per trovare quel suono particolare e che non riuscivo ad esprimere. Attraverso questo lavoro di ricerca il disco riesce a suonare in un determinato modo e quindi credo sia fondamentale.

Il tuo modo di essere ti ha sempre portato a fare delle scelte ben precise, esponendoti in prima persona e senza troppi giri di parole urlando verità anche un po’ scomode. Quanto pensi sia difficile e limitante al giorno d’oggi scegliere di essere da una sola parte?

Io cerco di dire quello che voglio sempre nel rispetto degli altri, scrivo canzoni e faccio tour quando sento di farli. Sicuramente dipende da come sei fatto e da quale educazione hai ricevuto; sono sempre stato molto radicale, abituato a dire la mia anche quando so che comunque andrò a rimetterci però questo mi fa sentire libero. Col tempo ho notato una cosa: accumulando esperienza quello che cambia è il modo in cui dici le cose perché un conto è urlare arrabbiato con foga e un conto è spiegare il tuo punto di vista. Per esempio quando mi sono esibito sul palco di San Giovanni a Roma penso di aver sbagliato in parte: attenzione, non mi pento di quello che ho detto perché ci credo fortemente però mi pento del modo in cui l’ho detto perché quando sei arrabbiato le persone che ti capiscono sono soltanto quelle che vivono il tuo medesimo stato d’animo, invece se vuoi essere un comunicatore devi trovare il modo giusto per arrivare a tutti. Non credo di essermi addolcito però sto trovando il modo elegante per esprimere anche le cose che mi fanno più innervosire.