Faccio Sport e Sono Gay: la Difficoltà del Coming Out

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Classe 1982, mago dello stile libero, un nome che è tutto un programma: Thorpedo, 195 centimetri di altezza e ben cinque medaglie d’oro ai Giochi Olimpici. Il nuotatore australiano Ian Thorpe è un vero uomo dei record: una carriera costellata di successi, numerose attività filantropiche, testimonial per un marchio come Armani. Eppure, come succede nella maggior parte dei casi, le vittorie e le conquiste di uno sportivo hanno sempre meno impatto sull’opinione pubblica rispetto alle informazioni sulla sua vita privata. Dopo varie smentite e le dichiarazioni riguardo il suo desiderio di avere una famiglia, dopo la depressione e l’abuso di alcol, Ian Thorpe ha dichiarato in un’intervista a Michael Parkinson su Channel 10 di essere omosessuale. Niente di strano, se non fosse che Ian Thorpe è uno sportivo. E essere gay nel mondo dello sport è purtroppo considerato ancora un tabù.

Mentre nel mondo dello spettacolo il “coming out”, è diventato negli ultimi anni molto frequente, e ci stiamo lentamente allontanando da situazioni spiacevoli in cui la star viene discriminata per il suo orientamento sessuale, nello sport non è così. Perché in questi giorni abbiamo assistito a commenti omofobi e ignoranti nei confronti della rivelazione di Ian Thorpe. Perché dopo le rivelazioni da parte di Alessandro Cecchi Paone sulla presenza di tre giocatori gay nella nostra Nazionale di calcio sono partite scommesse, dibattiti e smentite. Perché la maggior parte degli sportivi decide di rivelare il proprio orientamento sessuale solo a fine carriera. Paura di tensioni nella squadra, paura di un Paese che non vuole un campione omosessuale, paura di ripercussioni e di un passo indietro da parte degli sponsor. Se andiamo indietro negli anni scopriamo che sono davvero pochissimi i casi di rivelazione della propria sessualità da parte degli sportivi. I casi più celebri sono sicuramente quelli del tuffatore Greg Louganis, che dichiarò la sua omosessualità negli anni ’90 dopo aver scoperto di essere sieropositivo, e la tennista Martina Navratilova, una delle prime sportive a dichiarare di amare una donna nel 1981.

Questi casi sporadici dimostrano solo che nello sport, quello di imparare a non avere paura, è un processo al rallentatore. Basti pensare che in Italia il primo coming out di uno sportivo in attività è avvenuto solo all’inizio di quest’anno, grazie al coraggio di Nicole Bonamino, 22enne portiere della Nazionale Italiana di hockey in-line. Assurdo pensare che un passo del genere sia avvenuto solo nel 2014. L’anno scorso uno dei volti più amati delle Olimpiadi di Londra, il tuffatore Tom Daley ha pubblicato un video sul suo canale YouTube in cui emozionatissimo rivelava ai suoi sostenitori di essere felice accanto a un uomo.  E ancora Michael Sam, primo coming out nel football americano, Thomas Hitzlsperger, ex giocatore di calcio della Nazionale tedesca e della Lazio, e l’ex capitano del Galles, il rugbista Gareth Thomas.

Sin da piccoli ci insegnano che lo sport è la ricetta perfetta per assicurare benessere fisico e mentale nell’essere umano, eppure è dimostrato che nel 2014 questo mondo è ancora lontano dall’accettare quella che è la realtà. Lo sport, gli sportivi stessi e soprattutto molti tifosi, puniscono i coraggiosi e limitano la libertà. Il recente esempio di Thorpe calza a pennello: i commenti omofobi superano i messaggi di affetto e di solidarietà. Ma davvero è questo lo sport che ci fa innamorare, piangere, arrabbiare ed emozionare? Lo sport, quello che piace a noi, non dovrebbe promuovere il superamento di questi tabù e trasmettere il messaggio che la vittoria più grande è essere semplicemente se stessi?