Farhan Siki in Mostra a Milano: Molto più di un “Banksy Indonesiano”

Farhan-Siki12-antique

Farhan Siki in Mostra a Milano: Molto più di un “Banksy Indonesiano”

[Versione Italiana]

Indonesiano lo è: Farhan Siki, 45 anni, nasce nella parte centrorientale dell’Isola di Giava, nella città di Yogyakarta. Che non solo è l’unica provincia a essere ancora governata da un sultanato di epoca precoloniale, ma è anche il centro artistico e culturale dell’intero arcipelago. È su questi muri che Siki si avvicina alla street art, quando è ancora adolescente.

“In realtà non ho mai pensato di diventare un artista riconosciuto a livello internazionale” ha raccontato a Smartweek. “Ho iniziato la mia attività quando ero al liceo: facevo parte di un gruppo impegnato in attività sociali, tra le quali rientrava la decorazione del mio villaggio e delle zone circostanti”. È stato dopo la laurea in Scienze Culturali conseguita nel 2000 che viene coinvolto in una serie di progetti di riqualificazione degli spazi pubblici, attraverso murales, graffiti, performance art e installazioni. Dopo una gavetta di 15 anni viene consacrato street artist, e approda in Europa, prima a Milano, alla Primo Marella Gallery, poi a Londra, alla Start Art Fair. Finché, quest’anno, la divisione Private Banking di Banca Generali, volendo riconfermare la collaborazione con il mondo dell’arte iniziata quattro anni fa, propone a Siki di ospitare nella sua sede di piazza S. Alessandro a Milano “Traces”, una serie di opere che l’artista realizza ad hoc e dopo mesi di studi approfonditi.

Il connubio arte-finanza non è cosa nuova, ma è anche vero che in una banca ci si aspetterebbe –ragionevolmente– di vedere esposti Botticelli, Tintoretto, Raffaello o al massimo, in un raptus di progressismo anarchico, Boccioni. “In passato abbiamo esposto Van Dyck” spiega a Smartweek Michele Seghizzi, direttore comunicazione di Banca Generali, “con notevoli investimenti in termini di sicurezza, come si può immaginare. Quest’anno abbiamo scelto Farhan Siki che sì, crea un bel contrasto con il rigore bancario e al contempo porta avanti il progetto di sponsorizzazione intrapreso quattro anni fa dall’ex AD Piermario Motta, mancato lo scorso marzo, che per l’arte nutriva una personale passione”.

In effetti il contrasto c’è, e in effetti funziona. Prima di tutto perché le opere, che in uno slancio di ossimorica genialità definirei veri e propri murales su tela, non sono raccolte in un’unica, asettica sala da visitare girando su se stessi. Al contrario popolano l’intera sede, arredando l’ingresso, la scalinata, i corridoi e persino i singoli uffici. Il che mette in scena uno spettacolo paradossale: da un lato, seduti alla scrivania, gli efficienti uomini di finanza; dall’altro, esattamente sulla parete di fronte, la totale derisione del sistema capitalistico di cui fanno parte. “La mia idea è quella di mettere in discussione i valori dell’establishment e tutto ciò che il sistema considera di successo, dato che più che una conquista per me sono sintomo di una mancanza”. Ma quali sono, nello specifico, gli errori che la società occidentale commette? “L’Europa ha raggiunto la civiltà ai tempi del Rinascimento -ci risponde l’artista -ma il modo in cui affronta i suoi attuali problemi, quali deterioramento economico, immigrazione, terrorismo e questioni umanitarie fa pensare. E la espone alla nostra critica”. Ma c’è dell’altro. “I miei lavori sono anche rappresentativi della resistenza alla visione post-coloniale che l’occidente ha dell’oriente, la cui società e cultura sono considerate “esotiche”. Per non dire incivili”.

E così Siki prende opere classiche, neoclassiche o in ogni caso straordinariamente iconiche e le ripensa. Le stressa con colori fluo, le sporca con lo spray, le sfregia con elementi apocalittici. Le fa scomparire sotto (o dietro) densi ammassi quasi indistinti di loghi, marchi, simboli e slogan di aziende e multinazionali. Il risultato? Adamo ed Eva camminano su un pavimento firmato P&G, Tod’s, Chopard ed H&M; il primo, in un’altra opera, si sdraia davanti a un universo piatto in cui si distinguono non le terre emerse ma i marchi di Sammontana e Del Monte; i due inconfondibili indici che si sfiorano durante la Creazione non sono altro che un “big deal” che ha come sfondo valute e indici di borsa; Santa Maria delle Grazie è distrutta dai bombardamenti in un trittico che ne omaggia la facciata; l’uomo Vitruviano cerca di spiccare il volo da una banconota; la M di Michelangelo è parificata a quella di McDonald’s; il Duomo è scolorito dai graffiti; l’Ultima Cena è di uno sgocciolante verde fluo; il logo di Louis Vuitton, disegnato da Takashi Murakami, si trasforma in mitra, elicottero, aereo da caccia e l’opera diventa Mur(war)kami; Frida Khalo ci guarda annoiata con la testa tra Versace e Ferragamo; le Demoiselles d’Avignon diventano il parcheggio rosa shocking di Picasso.

“La mia intenzione è duplice” spiega Siki, quando gli chiediamo se ci sia più volontà di protesta o di derisione. “Da un lato c’è la ribellione verso questa mentalità, dall’altro la rappresentazione ironica di particolari tendenze, facendo in modo che si prendano in giro da sole e al contempo divertano gli altri”. Un po’ come Banksy, insomma. O forse no. “So che mi definiscono il Banksy indonesiano, il fatto è che non mi interessa particolarmente come mi definiscono. Può essere vero a livello superficiale, ma chi riesce ad andare oltre e a seguire il processo creativo di ogni artista è in grado anche di coglierne l’unicità”. Quello che lo distingue da Banksy, Shepard Fairey, Sten Lex e compagnia, ci dice, è il credo. Il modo in cui applica l’antitesi del rendere arte ciò che le persone non definiscono arte. “Se l’universo reputa artistico tutto ciò che è bello e armonioso, io credo invece che artistico sia tutto ciò che è sarcastico e brutto”.

Cos’è quindi, per Farhan Siki, l’arte? “L’arte è concretizzazione dei fenomeni che ci circondano. È aiutare a prendere consapevolezza di quanto la vita, quella di tutti i giorni, sia piena di significato. È il dovere di ricordare che we are still human, and we have humanity”.

Farhan Siki’s Art in Milan: Much More Than an “Indonesian Banksy”

[English Version]

He is Indonesian, indeed: Farhan Siki, aged 45, was born in the eastern-central area of Java, in the unpronounceable city of Yogyakarta. Which is not only the unique province to be governed by a precolonial sultanate, but also the cultural and artistic hub of the entire group of islands. It’s on these walls that Farhan Siki meets the street art, when he’s still a teenager.

“Actually I was never supposed to become an internationally recognized artist as I am today” he tells Smartweek. “I started my activity at the high school: I was part of a group active in social activities, among which decorating my village and the surroundings”. It was after graduating in Cultural Sciences in 2000 that he starts to be involved in several different projects aimed at requalifying public spaces, through murals, graffiti, performance art and installations. He worked his way up to the ladder for 15 years, following which he was recognized as a street artist and made landfall in Europe. Firstly in Milan, at Primo Marella Gallery, then in London, at the Start Art Fair. Until last March, when the Private Banking division of Banca Generali, willing to confirm the cooperation with the artistic environment it started four years ago, offers to host in its piazza S. Alessandro’s offices “Traces”, a collection of artworks expressly realized ad hoc, and after months of in-depth studies.

The bond between art and finance is nothing new, but one could reasonably expect a bank to exhibit artists in the mould of Botticelli, Tintoretto, Raffaello, or, at the farthest, in an extreme burst of anarchic progressivism, Boccioni. “In the past years we hosted Van Dyck” communication manager Michele Seghizzi tells Smartweek, “with high investments in terms of security, as one can imagine. This year we chose Farhan Siki, which indeed tackles and contrasts with the bank’s strictness. At the same time it lets us carry out the sponsorship project we started four years ago by the will of our former Ceo, Piermario Motta, who passed away this last March, and who had a real passion for art”.

There is a contrast, indeed. And it works perfectly. First of all because the artworks, which in a momentum of oxymoronic geniality I would define murals on canvas, are not treasured in a sterile chamber to be visited just turning around on the spot. Instead, they populate all the branch’s spaces, furnishing the entrance, the staircase, the corridors and the single offices. The latter allows the staging of a paradoxical play: on the one side, sitting behind their desks, the efficient businessmen; on the other, hanging on the wall right in front of them, the ultimate mockery of the capitalistic system they belong to. “My idea is to question the establishment’s values and everything that the system considers successful, mainly because in my opinion, more than an achievement, they are symptomatic of a lack”. Which are, then, Western society’s mistakes? “Europe reached civilization since the Renaissance” – the artist tells us -but the way it is addressing its current issues, such as economic deterioration, refugees, terrorism and humanity matters, is sobering. And exposes it to our criticism”. But that’s not all. “My workings also represent an attitude of resistance to the post-colonial view the West has of the East, which culture and society are seen as “exotic”. Not to say uncivilized”.

And so, Siki takes classic, neoclassic or anyway extremely iconic pieces of art and rethinks them. He stresses them with fluorescent colors, he smirches them with spray cans, he scars them with apocalyptic elements. He hides them behind (or below) an undifferentiated herd of logos, brands, symbols and mottos of multinational companies. The outcome? Adam and Eve walk on a flooring branded P&G, Tod’s, Chopard and H&M; the former, in another work, lies in front of a flat universe where it’s not the land masses to emerge, but Sammontana and Del Monte brands; the two unmistakable forefingers from the Creation are nothing but a “big deal” backed by currencies and financial indexes; Santa Maria delle Grazie church is destroyed by bombing attacks in a triptych that homages its façade; the Vitruvian man tries to fly from a banknote; Michelangelo’s M is equalized to McDonald’s one; the Dome is washed-out by graffiti; the Last Supper is dripping in a fluorescent green; Takashi Murakami’s Louis Vuitton logo becomes gun, helicopter and fighter plane and names the artwork Mur(war)kami; Frida Kahlo gives us a weary glance surrounded by Versace and Ferragamo; the Demoiselles d’Avignon become Picasso’s shocking pink parking.

“My attitude is double” Siki explains, when asked if he’s more willing to protest against or to make fun of it. “On the one side there’s the rebellion against this mentality, on the other the ironic representation of particular tendencies, trying to make them mock themselves and at the same time entertaining everyone else”. A bit Banksy-like, then. Or maybe not. “I know I am defined the Indonesian Banksy, but actually I don’t really care about how I am defined. This definition can work superficially, but if one is able to go beyond it and follow the creative process of each artist, he’s also able to recognize their uniqueness”. What makes Farhan Siki different from Banksy, Shepard Fairey, Sten Lex and the others, he says, is his credo. The way he applies the antithesis of making art out of what people don’t consider art. “If the universe considers as artistic everything that’s beautiful and harmonious, I do believe instead that artistic is everything that’s sarcastic and ugly”.

What is art then, in Farhan Siki’s mindset? “Art is the actualization of the phenomena all around us. It’s making people aware that everyday life is meaningful. It’s the reminder that we are still human, and we have humanity”.

Vedi la gallery: