Fenomeno Tiger: Il “Tutto a 99 Centesimi” Declinato alla Danese

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Design Ikea ma locali in centro città, oggetti pratici (e di qualità) ma a prezzi più che concorrenziali. Di cosa parliamo? Della catena danese Tiger, che dal 2011 sbarca a Torino, prima sede in Italia che ha dato il via ad un successo senza paragoni. L’Italia infatti è il terzo mercato del gruppo (basti pensare che solo a Roma si contano 13 negozi e altri 6 sono sulla rampa di lancio). Lennart Lajboshitz è la mente creativa (made in Danimarca) dietro quello che potremmo chiamare il “fenomeno Tiger”: ogni settimana sono 3 i nuovi stores aperti in tutto il mondo. Tiger in danese, dove la g fra vocali vira verso la j, suona come “tier”, dieci nella lingua di Amleto. Dieci, il prezzo fisso di partenza di ogni oggetto che trovi nei negozi. Dieci corone sono al cambio attuale poco più di 1 euro.

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Il tutto a “99 centesimi” (ma declinato alla danese) è la strategia del gruppo, con il design che plasma e trasforma il più piccolo degli oggetti in un complemento d’arredo anche per la scuola e l’ufficio.

Diversamente da altre catene di negozi di oggettistica quando esci da Tiger non ti senti attanagliato dai sensi di colpa e dai rimorsi (anche perché la spesa media non supera quasi mai i 15€): questo paradiso degli amanti del design è la conferma che funzionalità e non devono per forza costare un occhio della testa. L’esperienza dello shopping è inoltre accompagnata da una piacevole colonna sonora, idea del fondatore e direttore creativo Lajboschitz, uguale in tutti gli stores e parte integrante della strategia commerciale.

“Quando vado in un discount mi sento povero, quando vado in un negozio Tiger mi sento milionario” è il mantra che si sente ripetere sui social network da tutti i consumatori dei 26 paesi dove Tiger è presente con più di 500 punti vendita.

Figlio di un ebreo polacco, venditore di asparagi, e di una maestra d’asilo svedese, il cinquantaquattrenne Lennart è cresciuto nella Danimarca che stava gettando le fondamenta del welfare sociale di cui oggi è diventata un modello. “Quello che si insegnava a un bambino allora – ama raccontare – era l’autostima: non è una cosa che si impara, ma è esprimere se stessi”. In un paese “orizzontale”, dove fare l’uomo delle pulizie vale crediti per accedere all’università, non stupisce che Lajboschitz abbia terminato presto gli studi per andarsene in giro zaino in spalla.

A 20 anni aveva dato via al suo primo business, insieme alla moglie Suzanne, ancora oggi al suo fianco: riparare e vendere ombrelli usati nei mercatini delle pulci. Il fiuto per gli affari lo manifesta subito, quando inizia a vendere anche occhiali da sole, per fare business con ogni tempo. Ma quello che racconta, sempre, è: quanto si divertiva. S’è sempre divertito, la chiave del successo. La parola competizione non fa parte del suo vocabolario. E piuttosto che un retailer, preferisce definirsi “un antropologo”: “Mi piace studiare la gente, capire cosa può renderla felice”, ha dichiarato al magazine inglese EveningStandard.