Fenomenologia di Tiziano Ferro

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E niente, ero qui che mi interrogavo sul perché Dio abbia scelto di prendersi Bowie anziché Gigi D’Alessio e ho iniziato a scorrere il panorama musicale italiano pensando a chi salverei se io fossi Dio. Ho lasciato che la regressione anagrafica prendesse il sopravvento e ho pensato che la fase tra i 14 e i 17 anni non sarebbe stata la stessa senza Tiziano Ferro. Tiziano, ti amiamo. Lo sai. Hai accompagnato i momenti più disagianti della nostra adolescenza, quando quello figo col codino (zitti, negli anni 90 andava di moda) si metteva con quella che aveva già le tette mentre tu l’unico ciclo che vedevi era quello di Carnot. E comunque non lo capivi. Abbiamo ascoltato le tue canzoni tristi quando eravamo tristi e da tristi siamo passati a potenziali pazienti di Meluzzi.

Le abbiamo imparate a memoria perché ci addormentavamo con le cuffie nei timpani, lasciando che ci sussurrassi la tua mestizia sentimentale all night long. E ci piaceva. Ci piaceva perché sentivamo che stavi male almeno quanto noi, e anche se quello figo col codino non ci cagava noi avevamo te, che ci capivi ma soprattutto stavi male. Ti abbiamo amato quando hai fatto outing, abbiamo capito che cambiare al maschile tutte le desinenze nei testi delle tue canzoni sarebbe stato oneroso e infatti non abbiamo smesso di ascoltarle. Anzi, abbiamo capito che per arrivare ad aprirti in quel modo dovevi stare davvero malissimo, e più stavi male più ti volevamo bene. E più le ascoltavamo.

Poi la fase è finita, quello figo col codino è diventato un cinghiale da sobborgo e le tette sono arrivate (a me no ma immagino che a qualcuna siano arrivate). Abbiamo smesso di ascoltarti, lo confesso. Salvo poi rivederti così, a sorpresa, in televisione. Identico a dieci anni prima, sempre elegante, sempre educato, sempre bellissimo. Con tutti quei denti.
L’anno scorso hai duettato ad Amici e presenziato a Sanremo (che se avessi partecipato ci saremmo risparmiati lo strazio di quelle ugole ogm del Volo), hai iniziato un tour che stava andando benissimo finché non ti è preso l’ennesimo coccolone sentimentale e hai dovuto cancellare le date di Ginevra e Monaco, per poi tornare sotto le blinding lights di Conegliano. Abbiamo già familiarizzato con le nuove canzoni ma sai benissimo che è il tuo Best Of ad annodarci le tube di falloppio. Best Of che durante le tue recenti ospitate abbiamo ascoltato, ricordato a memoria, cantato, riascoltato e ricantato e sarà che siamo cresciuti, sarà che non siamo più disperati ma Tizià, dannazione, non si capisce una beata mazza.

Ok, amiamo lo stream of consciousness. Lo abbiamo amato in James Joyce e non vedo perché non dovremmo amarlo in caselibriautoviaggifoglidigiornale. Ma ci sono delle frasi che proprio se le leggi ti viene una crisi epilettica. Sei lì che tenti di arrovellarti per rintracciare soggetto verbo complemento d’agente o di causa efficiente e spunta una copula inaspettata che ti lascia così. Quindi ricominci, ti armi di tutta la tua vena poetica che è più un capillare varicoso e ci riprovi. Io ci ho provato. Giuro ci ho provato. Però ecco. Ho alcune domande. Procediamo con ordine.

Rosso relativo.

Paola. Chi cazzo è Paola. Ok, mia madre, che infatti è sempre stata convinta che tu l’abbia dedicata a lei. A parte ciò non ci dai molti indizi: parli di prede, castelli, di lei che gioca a rimpiattino. Che ho scoperto essere una variante del nascondino. Tu le dici che vuoi dimostrarle che il sesso ha ben altre forme. E meno male Tizià. Sappiamo poi che il suo è un rosso relativo. Relativo a cosa? Paola è lì stramazzata al suolo che sanguina e tu ti metti a fare un’analisi ematica comparata? Oppure Paola ha scelto un rossetto Pupa che fa relativamente cagare rispetto a Chanel?

Imbranato.

Tranquillo Tizi. A volte basta meno di due mesi. A volte bastano due negroni.

Perdono.

 

 

Non so cosa tu avessi fatto di male ma grazie perché per imparare il ritornello mi hai risparmiato venti sedute dal logopedista.

Ti voglio bene.

Non facciamoci ingannare dal titolo: Tizià, qui mi sei inquietante. Sei anche molto maschio, nel video tutto truce e cicatrizzato, però “vorrei ringraziarti, vorrei stringerti alla gola” fa un po’ tanto Annamaria Franzoni. Poi accusi questo di averti nascosto le cose nel castello (come con Paola, inizio a pensare che sia una tua paranoia) e lo minacci alla Luca Giurato:

Sere Nere.

Qui non ci è ben chiaro se lei faccia la conduttrice radiofonica o si prostituisca. Però se la ami noi la accettiamo comunque. E le facciamo anche un plauso se è riuscita a divincolarsi in quel groviglio di psicologia inversa con cui la bombardi alla fine:

Se non puoi convincerli.

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Perverso.

 

Ecco. Se questo descrive le tue esperienze sessuali con il genere femminile capiamo perché hai preferito gli uomini.

Ed Ero Contentissimo.

‘Na felicità proprio. Che poi Tizi, quando una donna dice “cinque minuti e scendo” intende minuti venusiani. Si sa.

Ti scatterò una foto.

Questa è facile: è più o meno la sensazione che prova il 90% della clientela del sushi all you can eat.

Indietro.

 

 

Ho studiato Kant, ho studiato trigonometria ma insieme non li riesco a gestire. White flag.

Il Sole Esiste Per Tutti.

Questa era anche una delle mie preferite. Il fatto è che esordisce così:

 

 

Sì, anche io quando mi presentano qualcuno vado in confusione perché non mi ricordo i nomi e più che concedermi lunghe soste ricorro al “ciao grande” d’emergenza. Credo cercassi di descrivere quella sensazione di vuoto lì.

L’Ultima Notte Al Mondo.

 

 

Qualcuno sparga il sale a Latina che Tizi non mi torna più a casa.

L’Amore È Una Cosa Semplice.

Qui basta il titolo. Non solo ti sei accorto troppo tardi di aver detto un’oscenità, ma oltretutto te la sei anche tirata. Cito una tua intervista alle Invasioni Barbariche.

Daria Bignardi: Tiziano, allora… L’amore è una cosa semplice!

Tu (appena scaricato): Sì, sì, è semplice… Inizia semplicemente… E altrettanto semplicemente finisce.

Incanto.

Questa è quella che ci hai cantato in anteprima allo scorso Sanremo. Illusi dall’originale base un po’ irish, a metà tra Mumford&Sons e versione placebo dei Dropkick Murphys, abbiamo pensato che il testo fosse un’ode a San Patrizio, alla birra, all’indipendentismo di Belfast, insomma qualcosa di accessibile. E invece.

Qui è sempre quella che contentissimo aspetti sotto casa. Te l’avevo detto io, che non erano cinque minuti.