Fenomenologia di Tiziano Ferro

Why So Serious Federica Colli Vignarelli

E niente, ero qui che mi interrogavo sul perché Dio abbia scelto di prendersi Bowie anziché Gigi D’Alessio e ho iniziato a scorrere il panorama musicale italiano pensando a chi salverei se io fossi Dio. Ho lasciato che la regressione anagrafica prendesse il sopravvento e ho pensato che la fase tra i 14 e i 17 anni non sarebbe stata la stessa senza Tiziano Ferro. Tiziano, ti amiamo. Lo sai. Hai accompagnato i momenti più disagianti della nostra adolescenza, quando quello figo col codino (zitti, negli anni 90 andava di moda) si metteva con quella che aveva già le tette mentre tu l’unico ciclo che vedevi era quello di Carnot. E comunque non lo capivi. Abbiamo ascoltato le tue canzoni tristi quando eravamo tristi e da tristi siamo passati a potenziali pazienti di Meluzzi.

Le abbiamo imparate a memoria perché ci addormentavamo con le cuffie nei timpani, lasciando che ci sussurrassi la tua mestizia sentimentale all night long. E ci piaceva. Ci piaceva perché sentivamo che stavi male almeno quanto noi, e anche se quello figo col codino non ci cagava noi avevamo te, che ci capivi ma soprattutto stavi male. Ti abbiamo amato quando hai fatto outing, abbiamo capito che cambiare al maschile tutte le desinenze nei testi delle tue canzoni sarebbe stato oneroso e infatti non abbiamo smesso di ascoltarle. Anzi, abbiamo capito che per arrivare ad aprirti in quel modo dovevi stare davvero malissimo, e più stavi male più ti volevamo bene. E più le ascoltavamo.

tiziano ferro

Poi la fase è finita, quello figo col codino è diventato un cinghiale da sobborgo e le tette sono arrivate (a me no ma immagino che a qualcuna siano arrivate). Abbiamo smesso di ascoltarti, lo confesso. Salvo poi rivederti così, a sorpresa, in televisione. Identico a dieci anni prima, sempre elegante, sempre educato, sempre bellissimo. Con tutti quei denti.