Festival di Sanremo, Dirige l’Orchestra Maria De Filippi

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Anche quest’anno, puntuale come un esattore fiscale, inevitabile come il ciclo mestruale ma sempre più piacevole di San Valentino, è arrivato il Festival di Sanremo. Con una novità che più che una novità è la suggellazione dell’insindacabile verità cristiana di cui tutta Italia è ormai consapevole: la monarchia assoluta di Maria De Filippi. Ma andiamo con ordine.

La puntata si apre con due video introduttivi. Il primo dedicato a tutte le canzoni che da 67 anni a questa parte non hanno mai vinto ma sono diventate successi colossali. Un esempio? Vita Spericolata, con cui Vasco Rossi si aggiudica nel 1983 il venticinquesimo posto. Doppio messaggio subliminale: le giurie di qualità non capiscono una beata mazza e vincere Sanremo alla fine porta sfiga. Il secondo, invece, è dedicato alla presentazione degli artisti: letteralmente, dato che il 40% dei “big” era totalmente oscuro al restante 60%. E quindi assistiamo ai vari Bianca Atzei, Lodovica Comello, Clementino, Michele Bravi e una tizia che ha vinto The Voice di cui non ricordo il nome in coppia con Nesli, che con discutibile ironia erudiscono Mannoia, Al Bano, Zarrillo, Ron e Masini su chi diamine siano. Di nota: Gigi D’Alessio che spiega a chi è indirizzata la propria canzone, ovvero una persona cara che non c’è più. E io che pensavo la dedicasse a Equitalia.

Dopo poco si inizia. E si inizia con il pilastro adolescenziale di tutti noi, l’uomo dal sorriso più sofferto di Latina, colui che dopo una ventina di apparizioni più che ospite di Sanremo ne è il principale stalker: Tiziano Ferro. Che per non risparmiarci quella sensazione di capasanta in gola e di pelle d’oca anche sulle palpebre omaggia Luigi Tenco cantando la celeberrima Mi sono innamorato di te con un’intensità tale per cui dal divano ho sentito il bisogno di rispondergli “anch’io”.

Si aprono le danze. Carlo Conti fa il suo ingresso, sempre sorridente e sempre molto versione miope di Barack Obama. È il momento. Tocca a lei. Sta arrivando. Sono emozionata come quando al saggio di danza preghi che la tua compagna si ricordi i passi per evitare che la sua figura di merda si rifletta su di te. Ma lei non può sbagliare. Le luci si spengono, poi si riaccendono, appare: abito lungo, nero, elegantissimo, la sobrietà stuzzicata da paillettes e trasparenze. La vedo e d’un tratto capisco perfettamente cosa deve aver provato Bernadette Soubirous quel giorno. È bellissima. Pacata, senza ostentazioni, è lei. È talmente lei che mi aspetto esordisca con “questa è la storia di un amore finito. Facciamo entrare Kevin”. E invece no. Apre con una battuta sull’abbronzatura di Conti, annuncia che non scenderà mai da quella scalinata. È perfetta. E sembra essere nel ruolo, quello di co-conduttrice, o come si è definita lei stessa, quasi di ospite. Sembra.

Annunciano il primo artista. Giusy Ferreri. E con quel pacato accenno al suo passato da commessa Esselunga si respira già aria di Busta. Non della spesa ma di C’è Posta. Vestito orrendo, testo incomprensibile, timbro peculiare da Shakira con la laringite che dal vivo va preso a piccole dosi come lo Xanax.

Tocca al secondo. E Maria si lascia andare un altro po’, chiedendo a Conti quali facce debba fare mentre lui annuncia il cantante successivo. “Tu che facce fai? Posso sorridere?” chiede. E sorride, volutamente forzata, autoironica, bellissima. Sale sul palco Fabrizio Moro, che per quanto mi riguarda mi avrebbe soddisfatto anche se avessero fatto un fermo immagine muto su di lui per tre minuti. Invece canta, nel suo meraviglioso stile disperato e tenebroso che qualsiasi cosa dica ti solletica le ovaie.

È qui che si sancisce il tacito (e forse non voluto, almeno da Conti) passaggio di testimone tra i due conduttori. Maria porta Carlo laddove lei si sente a suo agio, nel suo habitat naturale, il contesto nel quale siamo abituati a visualizzarla nelle nostre più ardite fantasie pomeridiane: il gradino. L’acqua in vino era niente in confronto a Maria che trasmuta la scalinata dell’Ariston nel suo gradino di Uomini e Donne. Ma non basta: c’è una frase, un’unica frase, che avrebbe ufficializzato l’incoronazione della Queen nel palinsesto Rai, una frase che era impossibile anche solo immaginare di poter sentire. E invece, nel presentare Raoul Bova, Maria irretisce il prossimo suo come se stessa dicendo: “partiamo da un filmato”. È fatta. Non stiamo più guardando Sanremo, stiamo guardando il Festival della canzone Mariana.

Entra Raoul Bova, che per qualche ragione a me sconosciuta è lì in qualità di ospite d’onore a cui è concesso anche di annunciare qualche artista. E lo fa talmente male che da un lato speri faccia apposta, dall’altro no perché sarebbe la conferma della sua totale incapacità recitativa. Per carità, meglio di mister botox Gabriel Garko dell’edizione precedente, ma quest’ode al bello che non balla (e non canta, non conduce, non recita) risulta un po’ stucchevole.

È il turno di Elodie. Bellissima, elegantissima, intonatissima, eterea, è la versione magra e divinizzata di Jigglypuff. Con una canzone notevolmente più brutta dell’inedito con cui è uscita da Amici ma va bè. Dopo di lei Lodovica Comello, alias lady Twitter dato il milione e passa di follower che la seguono, che a suo dire è presentatrice, attrice, ballerina, cuoca, sarta, calvalcagiraffe e domatrice di coccinelle. Dice anche cantante, dice. Super simpatica eh, ma a me ha ricordato la versione virginale e stonata di Paola di Paola&Chiara.

C’è spazio anche per un momento molto toccante, chiaramente introdotto da Maria. Una magnetica presentazione degli eroi della vita reale: i rappresentati di esercito, finanza, croce rossa, vigili del fuoco e tutti i corpi speciali impegnati a salvare vite e restituire speranza alle popolazioni colpite dai recenti disastri naturali. C’è anche un meraviglioso collega a quattro zampe, che inizia a stuzzicare Maria al punto che c’è chi ha ipotizzato si trattasse del suo Pitbull, Saki, travestito da Labrador.

E c’è anche spazio per il momento comico, o presunto tale. La copertina di Maurizio Crozza. Che non è fisicamente lì ma si collega da Milano, sottolineando di esserne felice. Ancora scottato dai fischi di cui l’Ariston l’ha ricoperto durante la parodia di Berlusconi nel 2013, Crozza rimarca il parallelismo tra l’alleanza Rai-Mediaset e il patto del Nazareno, per poi veleggiare su Renzi, Boschi, Raggi e Salvini, atterrando con la consueta ironia sul cachet di Conti. La tocca piano, per i suoi standard, ma dalle reazioni in sala si direbbe che se fosse fisicamente lì glielo lancerebbero, il piano.

È il turno di Fiorella Mannoia. Elegantissima, una presenza scenica seconda solo alla potenza vocale. Dirò solo che stavo litigando con mia madre disquisendo su quanto la vita faccia schifo, la canzone inizia, ci zittiamo per ascoltarla e finiamo col guardarci a vicenda con la coda dell’occhio constatando di essere entrambe sull’orlo delle lacrime. Perché l’interpretazione magistrale della Mannoia racconta un testo che andrebbe ripetuto ogni mattina dopo il caffè:

 

 

E in un raptus di lucida analisi credo che dovrebbe vincere, anche solo per questo concetto. Anche solo per quanto dovremmo tutti realizzarlo.

Dopo la Mannoia anche Bocelli avrebbe fatto una figura mediocre, e per amplificare questo effetto segue un imbarazzante Alessio Bernabei, ex Amici, ex Dear Jack, che pensa bene di proporsi con una canzone che ha esattamente la stessa base dell’anno scorso ma con la parola “universo” al posto di “infinito”.

Torna lui. Torna Tiziano. Prima canta Potremmo Ritornare, e nel frattempo io e mia madre siamo ormai abbracciate che ci dondoliamo stonando su ogni nota, e subito dopo Il Conforto, con un’impeccabile Carmen Consoli. Conti gli fa due domande, lui parla del lavoro introspettivo dal quale è scaturito questo album e a me sale quella voglia di farmi lasciare da tutti i fidanzati e abbandonare dagli amici per potermi godere appieno il disagio di ogni singolo brano.

Tocca ad Al Bano. Che uno si chiede, ma stare a Cellino San Marco tra gli ulivi a curarti le arterie, pareva brutto? Pareva brutto. Peccato che paia brutto anche il suo stato di salute: addio potenza vocale, addio consueta estensione in grado di fare da colonna sonora a una partita di Holly e Benji senza mai prendere fiato. Benvenuta voce gracchiante e rossore prematuro, al punto da far scaturire in me e altre persone orribili il pensiero “t’immagini se gli piglia un infarto in diretta, che picco di share?”

Altro importante momento sociale con un quindicenne pugliese nominato Alfiere della Repubblica. Maria lo intervista, parla della sua nobile campagna antibullismo, e io non posso non pensare al fatto che a 15 anni mi impegnassi con altrettanta dedizione a far roteare le ballerine volanti.

È tempo del quartetto di chiusura – Samuel dei Subsonica, il cui brano ricorda pericolosamente un mix tra Daniele Silvestri e la piaga autoplagiante di Bernabei, portandoti a chiedere perchéddiamine abbia lasciato i Subsonica; Ron, che non ho ascoltato perché ero troppo concentrata a chiedermi come sia possibile quel ciuffo da Woody Woodpecker quando fino a due anni fa portava il parrucchino; Clementino, rapper socialmente impegnato che però se l’è lanciata titolando il brano “ragazzi fuori”, e infatti il televoto l’ha lasciato fuori; ed Ermal Meta, ottimo autore di brani iper famosi che si è cimentato come interprete di un brano da lui scritto sulla violenza: bravissimo, ma a mezzanotte e dieci io vorrei qualcosa di più vicino alla samba carioca.

E Maria mi accontenta. Sì perché sul palco sale Ricky Martin, che con immutata energia ci delizia con un medley di tutti i suoi maggiori successi. Canta, balla, salta, ondeggia e sculetta rivelando capacità lombosacrali da far invidia a Gianluca Vacchi. Fisicata impeccabile, fiato da vendere. Tu sei lì, che twitti dal divano, incarnando la rivisitazione postmoderna del Livin’ la vida loca. Maria lo intervista, brandendo a mo’ di scettro un cucchiaio di legno, che per lui ha un enorme significato, perché lei può, perché lei sa. A un tratto realizzi che Ricky Martin ha 45 anni e che con Bova e Tiziano chiude ufficialmente la triade di uomini, per un motivo o per l’altro, impossibili.

Due le ospiti femminili, che Maria da vera regina madre lascia gestire a un gasatissimo Conti. Diletta Leotta, bellissima come sempre, fine ed elegante, un meraviglioso abito a metà tra Barbie Damasco e sipario di teatro bulgaro, che avvisa tutti i giovani dei pericoli del web e di quanto sia importante la privacy. E tu sei lì, che la guardi, e ovviamente da un lato vorresti essere lei. Dall’altro però ti ricordi che non hai la fortuna di avere un fratello chirurgo, che per pagarti quella serie di interventi tuo fratello dovresti venderlo, e che alla fine anche dimostrare i tuoi 25 anni anziché 38 ti fa stare bene. Anche perché da Silicon Valley a valle di lacrime è un attimo. L’altra è Paola Cortellesi, che personalmente adoro, che sa fare tutto e lo sa fare bene, autoironica e con quell’aria perennemente rincoglionita che però trasuda talento e intelligenza. E che a 44 anni sembra la figlia della cugina della nipote minorenne della Leotta.

Piaccia o non piaccia, purtroppo o per fortuna e seppur in età da andropausa avanzata, il Festival rappresenta ancora il principale evento artistico del nostro Paese. Quei cinque giorni dell’anno che fanno tremare anche Mediaset, che infatti sfoggia filmoni da Oscar quando durante il resto della stagione la prima serata è dominata al massimo dalle repliche del Segreto. O forse no. Forse no perché Mediaset c’è sempre stata. Maria, c’è sempre stata. Artisti di Maria, ospiti di Maria, fantasmi di Maria. Forse no perché dopo i primi cinque minuti l’ospite, per non dire il valletto, sembrava Conti. La presenza di Maria, con la benedizione di San Piersilvio, a cui la Rai ha chiesto a tutti gli effetti un prestito (oltretutto non oneroso), non è segno di un’alleanza, né del Festival delle larghe intese. È segno che con discrezione, attenzione e dedizione, puoi superare, con successo, qualsiasi prova. È segno che la rivoluzione silenziosa da lei portata avanti nell’ultimo ventennio televisivo può mettere a tacere anche la rabbia e l’orgoglio del servizio pubblico. È segno che – grazie al cielo – il talento comunicativo non si misura in tweet, like e presenza social, ma risiede ancora nella capacità di ascolto dell’umana specie.

Ciao Carlo, insegna agli angeli dell’audience che se inviti Maria poi diventi superfluo tu.