Festival Musicali: l’Italia non è Campione d’Europa

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L’ultimo in ordine di tempo è stato il Sónar. Solo a pensarci la cifra é da capogiro. Si aggira infatti intorno ai 40 milioni di euro il valore prodotto da Sónar, il festival internazionale di musica elettronica e nuovi media che si tiene ogni anno all’inizio di giugno a Barcellona.

Nonostante quello che si possa pensare Sónar non è solo musica e probabilmente in questo risiede anche il suo successo: gli organizzatori del festival sono stati capaci, nel corso degli anni, di renderlo un punto di riferimento per l’intera cultura digitale e per il mondo dell’high-tech oltre ad averlo trasformato in un enorme bacino per la scoperta di talenti emergenti. Il valore dell’indotto è persino difficile da calcolare. Se si pensa però a ristoranti, bar, alberghi, compagnie aeree e tutto il sistema produttivo legato a questi settori si può ben comprendere la rilevanza economica della manifestazione.

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Sónar Festival

Cambiando nazione la storia non cambia. Secondo quanto riportato nel report “Wish you were here” redatto da Oxford Economics, sono stati 6,5 milioni i turisti amanti della musica che l’anno scorso hanno visitato il Regno Unito producendo un giro d’affari di 2,2 miliardi di sterline in quello che viene oggi denominato “Music Tourism” e ogni anno garantisce 25mila posti di lavoro. Un turismo che parte dunque dalla musica, ma che spinge i visitatori verso varie città del paese. Il report suggerisce inoltre alle città della Regina di promuovere la propria eredità musicale al fine di attrarre gli appassionati, un esempio è costituito da Liverpool e dalla celebre eredità dei The Beatles.

Grandi nomi della musica internazionale hanno fatto splendere il nome del Regno Unito nel passato: The Rolling Stones, Pink Floyd, Led Zeppelin e David Bowie. Il merito dell’industria musicale inglese è quello di riuscire a produrre tutt’oggi artisti di fama internazionale come Adele, i Coldplay, i Mumford & Sons, Jessie J e i Florence & The Machine grandi generatori, insieme ai grandi festival musicali inglesi come ad esempio Glastonbury e Isle of Wight, di turismo musicale.

E l’Italia? L’industria musicale del nostro Paese è probabilmente colpevole di aver imputato al cambiamento che l’era digitale ha portato al mondo di diffusione della musica, la motivazione unica della propria crisi. Quest’ultima in realtà risiede nell’incapacità di produrre talenti da proporre sul mercato internazionale, dato che attualmente la maggior parte dei fenomeni emergenti provengono dal mondo dei Reality Shows e quindi non c’è un reale investimento nella produzione di artisti.

Sicuramente non siamo in grado dunque, sulla base della nostra offerta musicale, di attrarre un pubblico ad essa ispirato. Il turismo musicale in Inghilterra e Spagna poggia infatti su basi differenti poiché innanzitutto i due paesi si differenziano nel loro background culturale. Ognuno deve essere dunque in grado di promuovere il settore a partire dai propri punti di forza. Sono però anche molti i punti deboli con cui l’Italia deve fare i conti: mancanza di strutture (campeggi attrezzati in prossimità dei festival, collegamenti da aeroporti e stazioni), la solita burocrazia italica, una popolazione poco conciliante che spesso all’indomani dei grandi concerti si lamenta del rumore e del disturbo arrecato alla propria quiete, il divieto dunque di suonare oltre la mezzanotte nonché gli avvisi di garanzia per istigazione all’uso di marijuana che gli organizzatori si vedono spesso consegnare al proprio indirizzo (l’ultimo caso risale al 2009 al festival Rototom d’allora spostato in Spagna).

Sicuramente il settore richiede al momento molti investimenti sia privati che pubblici, ma come sempre il turismo e l’arte ( in questo caso la musica) sono i pilastri da cui partire per generare crescita economica.