Francesco Giubilei, l’Editore Più Giovane d’Italia

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Su Internet si legge che è l’editore più giovane d’Italia, una nomea attrattiva come una calamita. Ma se si scava più a fondo, si scopre che Francesco Giubilei, classe 1992, è molto di più.

È un giovane imprenditore con le idee talmente chiare da sembrare disarmante, con una visione di lungo periodo che farebbe impallidire chiunque. È uno dei pochi ragazzi che crede ancora nell’istruzione, nelle materie umanistiche, nelle lettere.

Questo e molto altro, fanno di Francesco Giubilei un Editore, un professionista che cerca di dare il proprio contributo alla società attraverso la sua attività imprenditoriale.

Sei l’editore più giovane d’Italia. Come è nata l’idea di fondare la tua casa editrice, prima Historica Edizioni e Giubilei Regnani poi?

“È un appellativo che è stato utilizzato quando ho aperto la casa editrice, nel 2008, quando avevo 16 anni, poi questa nomea si è diffusa. Ormai ho 25 anni, immagino ci sia qualcuno più giovane di me che avvia la propria casa editrice.

Historica Edizioni è nata nel settembre del 2008: inizialmente, intorno al 2006-2007, era un magazine online e successivamente è diventato una rivista cartacea. Nel 2008 è uscito il primo libro, un’opera di due scrittrici romane, intitolata Le colpe dei padri, in allegato a questa rivista. Da quel momento, è iniziata l’attività di pubblicazione. Per i primi tempi il progetto si autososteneva, poi nel 2012 ho conosciuto Giorgio Regnani, il mio attuale socio, e abbiamo strutturato la realtà editoriale. L’anno successivo nasce Giubilei Regnani, l’altro marchio editoriale.

Attualmente Historica Edizioni conta 350 titoli di catalogo, circa 50 novità annuali, un quotidiano online, Cultora, diretto da Daniele dell’Orco, e una libreria su Roma, che prende nome dalla testata giornalistica digitale”.

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Qual è la linea editoriale delle due case editrici? Come ti proponi sul mercato?

“La linea editoriale è abbastanza generalista. Con Historica Edizioni pubblichiamo dalla narrativa alla saggistica divulgativa, al cinema, alla collana di viaggio. Mentre, con Giubilei Regnani, pubblichiamo prevalentemente testi di saggistica divulgativa, talvolta legati all’attualità”.

Sei anche uno scrittore, la tua prima pubblicazione risale a quando avevi quattordici anni. Quali sono le caratteristiche di un buon libro secondo te?

“Da scrittore non mi sento di rispondere, dal momento che un buon libro può essere giudicato solo dai suoi lettori.

Da editore, posso dire che la distinzione principale va fatta tra un’opera di narrativa e una di saggistica. Se si tratta di un testo di saggistica, è fondamentale l’accuratezza nella scrittura e nella documentazione. Le fonti devono essere attendibili, la bibliografia sufficientemente ampia da supportare la tesi alla base dell’opera.

Per quel che riguarda la narrativa, lo stile di scrittura così come la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione delle scene sono aspetti basilari. Sono caratteristiche che uno scrittore acquisisce leggendo, soprattutto i grandi classici della letteratura. Quel che manca molte volte agli scrittori contemporanei, specie nel nostro Paese, è l’umiltà di affidarsi a un editor, a un professionista che possa valutare e migliorare il testo”.

Il tuo impegno nel settore editoriale non si limita a questo: hai anche fondato due quotidiani online, una libreria a Roma e insegni in due corsi di editoria. Quali elementi dell’attuale panorama socio-culturale, secondo te, hanno effetti negativi sull’editoria e sulla lettura?

“Senz’altro il principale problema in Italia è il basso numero di lettori. Basti considerare che secondo i dati dell’AIE (Associazione Italiana Editori, ndr) e dell’ISTAT, nell’ultimo anno solo il 42% degli italiani ha letto un libro: in altre parole, 6 persone su 10 non ha letto un libro nell’arco di 12 mesi. I lettori forti, coloro i quali leggono almeno un libro al mese, sono sempre meno – anche se, un libro al mese non dovrebbe essere la caratterizzazione di un lettore forte, ma dovrebbe essere un fatto normale. Quindi, il problema di fondo con cui si scontra un editore è la mancanza di un bacino di utenza abbastanza ampio, dovuto sia alla carenza dei lettori, sia al fatto che il nostro Paese è relativamente piccolo, con un mercato editoriale in lingua italiana che tocca circa 100 milioni di persone che conoscono la lingua.

Perciò, rispetto a un editore che pubblica in lingua inglese, il mercato che si può coprire è abbastanza ridotto. Il principale problema, soprattutto per quel che riguarda il futuro, è legato alla scuola, dove manca una progettualità sia nell’offerta formativa sia nelle politiche pubbliche volte alla promozione della cultura. Nonostante vengano organizzate delle iniziative spot – penso a “Il Maggio dei libri” e alle singole rassegne patrocinate a livello pubblico -, manca una seria progettualità volta a diffondere la lettura soprattutto tra le nuove generazioni, che sono i lettori del domani.

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Secondo te le abitudini di lettura all’interno del nucleo famigliare potrebbero influire?

“La famiglia è imprescindibile: però, qui andiamo a toccare un discorso più ampio, che prescinde dall’editoria e che tocca la delegittimazione del ruolo della famiglia nella società attuale. La famiglia, come istituto fondante di una società, viene sempre più esautorata sotto vari punti di vista.

Di conseguenza, da un lato, viene meno da parte dei bambini stessi il riconoscimento del ruolo di autorità dei genitori e, dall’altro, i parenti non riescono a trasmettere un’educazione ai propri figli. Educazione che coincide con cultura, conoscenza, e anche lettura. È tutto collegato: un cittadino consapevole è una persona con un’istruzione elevata, che ha una cultura, che si informa in autonomia, che legge quotidiani e libri. La scuola è fondamentale, ma se non c’è un lavoro anche da parte della famiglia, è uno sforzo a metà”.

Su cosa dovrebbero puntare oggi gli editori indipendenti? E le librerie indipendenti?

“Gli editori e le librerie indipendenti dovrebbero cercare anzitutto di non rincorrere i grandi editori.

Se un editore indipendente, con una certa capacità produttiva e distributiva, scimmiotta le pubblicazioni dei grandi editori – quindi, escono le Cinquanta sfumature di grigio e io pubblico libri erotici – va da sé che vengo schiacciato. Se, invece, sono in grado di costruire un progetto culturale, basato su un discorso a lungo termine, sulla costruzione del marchio editoriale sul valore dei libri che pubblica, riesco a creare una nicchia di mercato, una comunità di lettori fedele. E col tempo, arrivano anche riconoscibilità e autorevolezza.

Le librerie, allo stesso modo, devono completamente ripensare il sistema. Non è più possibile applicare il modello di libreria degli anni Novanta. Il mercato editoriale e le esigenze dei lettori sono cambiati e, quindi, è fondamentale ripensare il business sullo scenario attuale. Ciò significa avere un rapporto diretto con gli editori, organizzare eventi e iniziative, anche bypassando la distribuzione, creare un circolo di lettori affezionati. Ma, soprattutto, avere il coraggio di fare scelte nette e decise. Nel nostro punto vendita di Roma abbiamo solo libri di editori indipendenti, con cui noi lavoriamo direttamente, proprio perché crediamo non sia intelligente fare competizione con la Feltrinelli che ha una libreria a un chilometro dalla nostra, sarebbe una sfida impari”.

Ho letto che sei molto coinvolto anche nello scenario politico. Secondo te, come si potrebbero creare delle sinergie positive tra la politica e la promozione della cultura?

“Il mio è un coinvolgimento prettamente culturale, ancorato a una determinata visione del mondo e a un insieme di autori e valori, che nascono ancor prima della politica. Da un punto di vista personale, sono più formato su una cultura conservatrice.

Secondo me, la politica dovrebbe essere in grado di mettere in condizione, non dico incentivare – sono assolutamente contrario all’aumento della spesa pubblica per il settore culturale -, il settore privato per lavorare in modo ottimale. Non è possibile che un editore giovane, come me, debba pagare la stessa percentuale di tasse di una grande azienda che opera in un altro settore: le aziende culturali devono essere messe in condizioni di poter operare perché svolgono un servizio ancor prima che economico, anche di pubblica utilità per il bene del Paese. Se non ci sono le risorse pubbliche, sarebbe necessario gettare le basi per un lavoro migliore in favore del settore privato e per una competizione anche a livello internazionale: nel caso di Amazon, di competere almeno ad armi pari, non in difetto”.

francesco giubilei 4In quali ambiti bisognerebbe convogliare le energie e le risorse in un Paese così ricco di patrimoni culturali come l’Italia?

“Premetto che c’è una confusione sul tema degli investimenti nel settore culturale. Di recente ho pubblicato un intervento sul libro dell’ex Presidente del Consiglio, che tratta delle modalità con cui lo Stato dovrebbe favorire la concorrenza e un determinato tipo di economia. Il problema enorme è che c’è una confusione generale tra il concetto di mecenatismo e la sponsorizzazione. Con mecenatismo, s’intende l’azione di un imprenditore che vuole fare del bene alla società destinando a fondo perduto del denaro per la ristrutturazione di un patrimonio culturale, senza alcun ritorno economico. È auspicabile, ma è anche una pratica piuttosto rara. Al contrario, la sponsorizzazione prevede un investimento nel settore culturale con la promessa di un tornaconto: può esser pubblicità, visibilità o la possibilità di utilizzare il bene pubblico. Ed è quello che avviene soprattutto nei Paesi esteri e che si spera si inizi a fare anche in Italia.

Il nostro Ministero dovrebbe essere in grado di definire una regolamentazione della sponsorizzazione e cercare di favorire l’investimento da parte dei privati, anche con sgravi fiscali per esempio. Questo è il tema principale a cui deve guardare l’Italia: siamo il Paese con il più alto numero di patrimonio UNESCO, ma in termini di visitatori non siamo neanche tra i primi cinque Paesi al mondo. Le principali cause vertono su una mancanza di progettualità, di infrastrutture, di organizzazione nella gestione del turismo. Il sistema-Paese dovrebbe orientarsi per rendere gli investimenti nel settore culturale più appetibili sia per i privati sia per gli attori esteri”.

Cosa ti senti di consigliare a chi vorrebbe intraprendere una carriera nell’editoria?

“Al di là di compiere tutti gli studi, soprattutto in campo umanistico, il mio consiglio è cercare di maturare una cultura che vada oltre ciò che viene insegnato tra i banchi di scuola, una curiosità, cercare di partecipare il più possibile per conoscere il mondo editoriale. In altre parole, cercate di dare qualcosa di più rispetto al vostro compagno di banco, anche per essere più facilmente inseriti nel mercato del lavoro, dove c’è tantissima domanda e pochissima offerta”.

Infine, quali sono i tuoi piani per il futuro?

“Innanzitutto, continuare l’attività editoriale e cercare di farla crescere: abbiamo in programma per la primavera una serie di uscite molto interessanti. Abbiamo anche pianificato un paio di iniziative tra la primavera e l’estate, di cui però ancora non voglio svelare i dettagli. Sarò felice di raccontarvele quando diventeranno ufficiali”.