Cervelli in Fuga: Intervista al Professor Tiraboschi

fuga di cervelli

Ragazzi talentuosi che vanno via dall’Italia per cercare fortuna all’estero, i cosiddetti “cervelli in fuga”. Se ne parla sempre più spesso, e la categoria più soggetta a questo fenomeno è quella dei giovani ricercatori. Spesso additati dai connazionali come coloro che abbandonano la nave, una media di 3mila giovani ricercatori ogni anno lasciano il nostro paese. Con un pauroso saldo negativo tra ricercatori in entrata e in uscita (-13%), il panorama italiano rappresenta uno dei più critici in Europa. Ne abbiamo parlato con Michele Tiraboschi, docente di diritto del lavoro a Modena e coordinatore del comitato scientifico di Adapt, il quale ha recentemente lavorato ad una proposta di legge mirata a risolvere il problema.

Michele Tiraboschi

Cosa spinge i giovani ricercatori ad emigrare? Quali sono i vantaggi che essi trovano nelle altre nazioni e che mancano in Italia?

In un mercato limitato come il mercato della ricerca, i dati sono evidenti: le nostre università assumono col contagocce, e tendenzialmente i posti sono riservati a gente che è in lista d’attesa da anni. In altri paesi invece c’è una competizione meritocratica maggiore, parlo per esempio di Danimarca, Svezia, Giappone, Australia e Stati Uniti. I professori non premiano la fedeltà dell’allievo. Prendiamo i dottorati di ricerca: mentre in Italia essi sono orientati a formare accademici, negli altri paesi ai giovani dottorati viene data la possibilità di un’apertura al mercato privato che è la ricerca in azienda. La carriera del ricercatore è sfruttabile a 360 gradi. Inoltre, oggi gli istituti di ricerca privati assumono con contratti a progetto, lavori che hanno una data di scadenza. Il ricercatore è costretto a vivere di mobilità, di continue sfide. Come si fa a spingere un giovane a fare ricerca sapendo che difficilmente troverà contratti non precari al di fuori del settore pubblico?

Per quali motivi i ricercatori stranieri sono scoraggiati a venire in Italia?

Innanzitutto premetto che faccio delle valutazioni di caratteri generali, non entro nel merito delle singole università. I motivi per cui non attiriamo giovani talenti stranieri sono sostanzialmente due: il primo di carattere culturale-linguistico, per il semplice motivo che la maggior parte dei corsi di dottorato nel nostro paese sono insegnati in lingua italiana, mentre all’estero sono in inglese. Il secondo motivo è, come ho accennato prima, che mentre nei concorsi negli altri paesi è il merito dello studente che conta veramente, in Italia i posti disponibili sono pochi e sono tendenzialmente destinati agli allievi dei professori. Conscio di questo fatto, lo studente straniero non è invogliato ad investire il suo tempo e le sue energie da noi.

Qual è l’obbiettivo della sua proposta di legge?

La nostra proposta non è legata alla carriera accademica, ma ad un’area grigia non coperta dalla legge, ovvero il lavoro di ricerca in azienda. Nelle aziende non c’è un riconoscimento ufficiale dell’essere ricercatore, quando è la prima cosa richiesta da uno che fa ricerca. Questo status esiste nel pubblico, ma nel privato è una figura sconosciuta. A livello europeo esiste un piano ambizioso, “Area Europea della Ricerca”, che permette al ricercatore di essere riconosciuto e di venire valorizzato. Questo è il primo obbiettivo, creare un mercato della ricerca privato.
Un mercato del genere ci allineerebbe alla tendenza europea. Oggi un ricercatore che lascia le università per andare in azienda perde il suo status, le sue garanzie. Così un dipendente che vuole andare nel pubblico non ce la fa perchè non ha un percorso di carriera non comunicante con il pubblico. Risolvere queste situazioni è fondamentale, e significherebbe dotare l’Italia di un numero di ricercatori sufficiente rispetto alle esigenze della crescita e dello sviluppo del paese. Le ricordo che oggi l’Italia è uno dei paesi con meno ricercatori al mondo, superiore solo a Polonia Turchia e Cile.

Quali effetti positivi potrebbe avere per l’economia italiana?

Oggi le aziende per stare sul mercato globale deve fare ricerca innovazione e sviluppo.Tanti studi importanti affermano che un azienda che assume un ricercatore crea cinque nuovi posti di lavoro, e quindi fornisce del valore aggiunto all’azienda. È una figura professionale importante. Un buon allievo attira investimenti privati, intercetta finanziamenti pubblici. La cosa da capire è che il ricercatore, innovatore o startupper è la figura chiave della nuova economia. Attira investimenti, risorse, ed altri ricercatori cose che il settore pubblico non fa.