Future Forms e un Passato con gli Occhi di un Futuro Mai Realizzato

passato presente futuro

E lei parlava di tutte quelle stranezze architettoniche futuristiche degli anni Trenta e Quaranta, quei pezzi di città americane davanti a cui passiamo senza neppure notarle: le pensiline dei cinema con le nervature che sembrano irradiare una misteriosa energia, le facciate di alluminio scanalato dei negozi, le sedie di tubo cromato che stanno a raccogliere la polvere negli atrii degli alberghetti. Tutte queste cose per lei erano parti di un mondo di sogno che l’oggi, indifferente, aveva dimenticato.

Il passo proposto è tratto da un breve e bellissimo racconto di fantascienza di William Gibson, intitolato Il continuum di Gernsback e che, pubblicato nel 1981 nell’antologia Universe 11, fu la prima opera professionale dello stesso autore. Appena pubblicato, il racconto servì a chiarire la posizione di Gibson nei confronti della corrente letteraria successivamente ribattezzata cyberpunk e la sostanziale appartenenza dell’autore al movimento artistico, tanto da essere incluso nell’antologia di fantascienza cyberpunk curata da Bruce Sterling Mirrorshades, oltre che nella raccolta di racconti di Gibson, pubblicata inizialmente da Urania, La notte che bruciammo Chrome.

willian gibson

Si tratta di una storia di allucinazioni, un tipo particolare di allucinazioni provate dal protagonista, un fotografo incaricato della realizzazione di un servizio fotografico, appunto, su “architettoniche futuristiche degli anni Trenta e Quaranta”. Durante il lavoro il fotografo si trova trasportato in un mondo alternativo, popolato di “fantasmi semiotici“, ossia simboli di una realtà diversa, oggetti e macchine fantastiche provenienti da un possibile futuro mai realizzatosi, finendo per essere talmente ossessionato da quelle forme, da vederle apparire nel suo campo visivo.

Un altro personaggio del racconto, la critica d’arte Dialta Downes, autrice di un libro intitolato Futuropolis aerodinamica: il futuro mai realizzato, spiega che queste forme sono come “fantasmi semiotici, frammenti di questo immaginario collettivo che si sono staccati e hanno preso vita autonoma, come le aeronavi alla Jules Verne che quei vecchi contadini del Kansas continuavano a vedere”.

Al di là del racconto di Gibson, è vero che esistono oggetti del passato che hanno racchiuso, immaginato e previsto un possibile futuro, come se fossero stati pensati per anticipare il tempo. Sono invenzioni che hanno guardato avanti e, in alcuni casi, persino troppo avanti, tanto che oggi, nel presente di quel futuro fantascientifico che al tempo tentavano di cogliere, queste forme sembrano altrettanti modellini di utopie mai realizzate. Si prenda ad esempio il lavoro di un designer mitologico come Dieter Rams, quello che ha modellato la peculiare estetica degli elettrodomestici Braun, che poi avrebbe ispirato Jonathan Ive nel disegno dei prodotti Apple. Ma perché questi oggetti (il cosiddetto modernariato) esercitano così tanto fascino visti dal futuro? Forse proprio perché, come si legge nel racconto di Gibson, rappresentano un futuro mai realizzato. Sono fantasmi semiotici.

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Future Forms è un sito creato da Mark, un designer di Oakland, in California, con la passione per le tecnologie anni ’60 e ’70. Ha iniziato a collezionare tali oggetti per poi dedicarsi al restauro e alla vendita. Da radioline, sveglie, calcolatrici a mangiacassette e televisori. Scorrere le immagini dei prodotti in vendita fa provare la strana vertigine di volgersi indietro pensando a sogni da cui ci siamo svegliati. Forme future pensate per un mondo che non è più esistito.