Giuro, Non Odio il Capodanno. È Solo Che Mette un Po’ Ansia

Accantonato tutto ciò, non è che io odi il capodanno. Lo percepisco come un giorno esattamente uguale agli altri, in cui l'unico diktat è trascorrerlo con qualcuno (che sia il fidanzato, l'amica, Carlo Conti, il fattorino della pizza, il cingalese che ti stira le camicie) con cui vorresti avere a che fare anche l'anno successivo. O almeno il giorno. O almeno con qualcuno che allo scoccare della mezzanotte non ti faccia pensare che vorresti essere a fare i botti con qualcun altro. Perché Gramsci ha ragione, la fine dell'anno ci rende aziende in chiusura di bilancio.

È inevitabile lanciarsi in una valutazione costi-benefici, pensando a ciò che si è perso e guadagnato, nell’infondata convinzione che il primo gennaio ci autorizzi a ripartire da zero. E invece no, perché in ogni bilancio che si rispetti c’è o il riporto delle perdite o la tassazione degli utili, e in entrambi i casi non c’è un cazzo da festeggiare. Nel primo perché se sei andata esistenzialmente in rosso ti illudi di aver saldato il tuo conto con il karma, quando invece -per controcitare Il Corvo- può benissimo piovere per sempre. Nel secondo perché se è stato tutto un carnevale di Rio realizzi che difficilmente certe botte di culo si ripresenteranno e il 2016 ti inizia a pressare angoscioso già al riversarsi bollicinoso del Krug. Ho amici che si sono laureati, sposati, ingravidati.

Io come evento saliente ricordo che durante il volo di ritorno dall’Inghilterra mi è venuta un’emiparesi facciale che ha fatto scattare l’allarme ictus tra le hostess per poi farmi tornare padrona della mia metà sinistra una volta scesi di quota. Poco dopo ho trovato uno stage in una prestigiosa istituzione bancaria e con esso acquisito il titolo di pendolare con occhiaia perenne, ho preparato i miei ultimi quattro esami in treno con esiti ben più entusiasmanti di quando li preparavo comodamente riversa sul tappeto della mia stanza, ho festeggiato il ventiquattresimo compleanno a cavallo in tutti i sensi possibili, ho ottenuto il rinnovo dello stage, mi sono schiantata in galleria mentre mi dirigevo in Toscana per le agognate vacanze estive, ho diminuito le cavalcate causa trasferimento della materia prima in terra nazista e se i piloti Air Berlin non decidono di suicidarsi in massa domani mattina in terra nazista ci metto piede anche io. Insomma sono a posto.

A posto come si può essere a 24 anni, un’età fantastica, perché sei giovane, e allo stesso tempo tremenda, perché sei giovane. Troppo per pensare al futuro e non abbastanza per esimerti dalla responsabilità di costruirlo. Non hai idea di come sarà il 2016, a parte Paolo Fox che dice che il toro andrà alla grande ma non sai mai se intende tutto o solo le corna. Non sai se ti succederà come da piccola, quando impieghi dalle dieci alle dodici ore sotto il sole cocente rischiando ogni forma di melanoma per realizzare un castello di sabbia degno della Loira e proprio quando ti allontani per ammirare il Renzo Piano che c’è in te arriva il primo bambino grasso che non si vede i piedi e inciampa sull’ala ovest.

Non sai se a distruggere tutto sarà invece il fato, alias un raptus d’alta marea dovuto a Poseidone che realizza amareggiato l’odierna carenza di fanciulle vergini da sacrificare in suo nome. O peggio se sarai tu a guardare il tuo operato con occhi diversi, più critici, notando per la prima volta l’asimmetria dei merletti e le torri pericolanti, le finestre slivellate e il fossato che più che in Provenza sembra di stare nel lodigiano, e troverai il coraggio di disintegrarlo un granello alla volta, con la stessa dedizione con cui in tutto quel tempo gli hai dato forma.

Il capodanno è un po’ così. Ti rende momentaneamente regista della tua vita, di quelli perfezionisti che rivedono mille volte il montaggio del loro film mentale mentre pensano a quali scene tagliare e quali inserire. È vero, Gramsci, che il capodanno è solo una data, che dal 31 dicembre al 1 gennaio non cambia una beata mazza e che il corso degli eventi continua inesorabile a seguire la forma che tu (o il destino, o Dio, o Buddha, o Adam Kadmon, o Goku, in cui credo da sempre) gli dai. Ma è anche vero che un momento per fermarci a pensare, in mezzo alla frenesia del nostro bipolarismo, ci serve.

E l’ultimo giorno dell’anno è una deadline accettabile. Impone una qualche forma di cambiamento che sai da tempo essere necessario ma che di tua spontanea iniziativa non avresti mai intrapreso. Un po’ come fare il cambio di stagione nel guardaroba, o la pulizia su facebook da kebabbari molesti e frigide frustrate che in un momento di pacifismo mentale avevi accettato, o di rivedere la tua playlist da viaggio perché l’ultima volta avevi tredici anni e ascoltavi gli Zero Assoluto. Su una cosa, Gramsci, sono d’accordo: dovremmo farlo più spesso. Sì, esattamente come la maliziosa vecchina nello spot delle sottilette. E ti dico il perché. Anzi, lo faccio dire da te che a parte una certa ripetitività nelle scelte lessicali devo ammettere non ti esprimi male.

Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore”.

E quindi vi auguro questo. Ubriacatevi di vita intesa, tuffatevi nell’animalità e abbiate sempre le palle di guardarvi allo specchio.