Gomorra – la Serie 2: Come un Prodotto Multimediale Influenza i Giovani e la Società

(Gomorra2, La Serie – Pietro e Gennaro Savastano)

 “Non è che se io racconto di un killer, chi legge uccide, o se io, al contrario, racconto di Francesco d’Assisi, chi legge diventa santo. In questo caso sarebbe semplice: facciamo così tante serie tv in Italia di una bontà banale e scontata che avremmo un paese di buoni, simpatici e onesti.” (Roberto Saviano si difende dalle accuse sugli effetti di “Gomorra, la serie”.)

Corre l’anno 2006 quando un giovane giornalista casertano, Roberto Saviano, già da qualche tempo scaltro maestro della retorica e ostile ai silenzi omertosi respirati nelle periferie dell’Agro Aversano, collabora per diverse testate tra cui l’osservatorio della camorra del Corriere del Mezzogiorno. In seguito a testimonianze e sommità di materiale raccolto decide di sigillare tutto all’interno di un romanzo d’inchiesta che diventerà la sua più grande fortuna ma, al tempo stesso, sfortuna. Dal nome Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”, sotto la casa editrice Mondadori diventa subito – secondo il New York Times – uno dei 100 libri più importanti del 2007. Il romanzo ha venduto oltre 2 milioni e 250mila copie soltanto in Italia, è stato tradotto in 52 lingue e due anni più tardi, nel maggio del 2008, ne è stato prodotto un film dal titolo omonimo con la regia di Matteo Garrone.

Non è un caso se colleghiamo il nome “Gomorra” ad un fenomeno sociale ben sviluppato che modifica il baricentro della vita di molte persone tra cui quella dell’autore, frutto non solo della trama ma soprattutto di un caos mediatico irruento come il suono una bomba atomica, le cui conseguenze si sentono tutt’oggi. Il successo ottenuto dal libro, infatti, ha creato diversi problemi a Saviano: a partire dalle lettere minatorie, le telefonate mute ma anche da una sorta di isolamento ambientale. Durante una manifestazione per la legalità tenutasi il 23 settembre del 2006 a Casal Di Principe, lo scrittore denunciò in piazza gli affari dei capi del clan dei Casalesi, invitando la popolazione a ribellarsi. A causa delle minacce ed intimidazioni subìte, allora il Ministro dell’Interno e Giuliano Amato, hanno deciso di assegnargli la scorta per motivi di sicurezza dal 13 ottobre 2006.

Reazioni forse previste ma non fino a questo punto. Lo stesso scrittore non aveva messo totalmente in conto che i media avrebbero trasformato questo grande successo editoriale, e in seguito cinematografico, in un vero e proprio tormentone capace di entrare nelle case degli individui e influenzare i più inermi, ovvero i ragazzi, gli adolescenti. Stiamo parlando di “Gomorra – la serie”, inaugurata nel 2014 e acclamata all’unisono per la seconda stagione nella primavera di quest’anno, portatrice sul piccolo schermo della personificazione di pagine e pagine, che hanno dato un volto ai personaggi fino a quel momento soltanto immagini.

I social, come di consueto, inducono ad una quasi scontata amplificazione del prodotto attraverso la divulgazione di video, citazioni, hashtag come #stasenzapnsier che hanno raggiunto il numero massimo di digitazioni tra gli highlights di Twitter. Per non parlare dei condizionamenti più complessi come quelli che riguardano il modo di porsi, atteggiamenti e anche il look. Dal parrucchiere i capelli come Genny Savastano, cresta e macchinetta per rasare tutto il resto. Tatuaggi e gerghi che vengono consumati costantemente ai danni di chi non si adegua ai medesimi intercalari. Come sempre accade quando vi è un’amplificazione non controllata, ecco i due lati della stessa medaglia: quello positivo di chi comprende, riflette e ne pondera i contenuti, e d’altro canto il “no sense” di chi emula le gesta perché l’ignoranza o l’incoscienza è preponderante nelle loro giovani vite.

«Sì, i giovani delle paranze usano il linguaggio di Gomorra; e sì, hanno l’atteggiamento di Genny Savastano. E allora?». Sono parole di Roberto Saviano, tratte da una recente intervista a Il Mattino. Varrebbe la pena non lasciarle cadere, perché ciò che non è un problema per Saviano, dal momento — spiega — che i giovani boss non fanno altro che «imitare la loro rappresentazione», lo è invece per chi ha un diverso punto di vista. Ed è proprio questa la paura di cui trattano in diversi programmi televisivi psicologi e professori, quella di trasformare un’inchiesta di denuncia in una realtà affascinante da imitare. Ebbene, il potere persuasivo della fiction, analogo a quello della televisione, è un qualcosa che si discute dai tempi di Kennedy e, nonostante siano state fatte delle teorie che abbiano cercato di confutare l’importanza dei media nella centralità che assumono nella vita degli individui, questo fenomeno dimostra ancora una volta il loro ruolo predominante.

Ne consegue che le cause intrinseche di questo “problema” sono radicate nel prodotto stesso, frutto della rappresentazione di una parte della società che non si può più ignorare, ovvero la criminalità organizzata. Quindi, se da un lato non parlarne significa continuare a fare il loro gioco, parlarne invece porta ai fenomeni con cui ci stiamo scontrando oggigiorno: spettacolarizzazione ed emulazione, fascino e ridondanza. Infine l’unico aspetto che resta immutato è il primato della televisione. A differenza del filone editoriale e di quello cinematografico, il piccolo schermo si conferma al centro del panorama mediale italiano, dove i suoi contenuti riecheggiano e vengono discussi sui vari social e determinano – almeno in parte – l’assetto culturale della società e dei giovani 2.0.