Il Disagio del Natale: Tutte le Buone Ragioni per Odiarlo

A quel punto tua madre capisce che la razionalità e la disillusione tipiche dei quattro anni hanno preso il sopravvento e depone le armi.

Un altro problema del natale è che si sta allargando. Non è tanto il giorno del 25 dicembre in sé a disturbare, quanto tutto ciò che lo accompagna e precede. Per dirla con D'Annunzio, l'attesa del natale è il natale stesso. E per dirla con Fantozzi è una cagata pazzesca. Sì, perché all'inizio di novembre si festeggiano i morti e contestualmente tutto il mondo inizia a predisporsi al natale. Non credo sia una coincidenza. Il primo allarmante segnale è all'esselunga: tu sei lì, che guardi le vaschette di sushi chiedendoti come possano farle pagare 15€ visto che il tonno è verde cangiante, e li vedi. Fieri, minacciosi, arroganti: i panettoni. Il dolce più tremendo mai elaborato. Vorrei incontrare l'inventore del panettone per chiedergli innanzitutto come mai la forma a cappella, e in secondo luogo se anche lui odiasse il natale perché altrimenti non si spiega. In bocca ti si crea un pastone asciutto indeglutibile, interrotto dalle punte di acido gommaccioso date da uvetta e canditi. La sensazione è quella di addentare del cotone pretagliato farcito di vigorsol masticate.

Ma i supermercati non sono gli unici. Le amministrazioni comunali decidono di investire in chilometri di luminarie, che se investissero in chilometri di strade adesso avrei ancora la mia ypsilon ma dettagli. Le vie del centro diventano dei carillon epilettici: tutto lampeggia, un paio di lampadine per tradizione partono e ovunque si legge UON NAT LE, che in qualche lingua indonesiana significa sicuramente “che luminarie da poveri”, e non contenti installano anche dei simpatici amplificatori da cui risuonano giorno e notte canzoni natalizie. Che da un lato è positivo perché se torni a casa da sola la sera e qualcuno ha intenzione di violentarti sente Adeste Fidelis e lascia perdere. Dall'altro però è come essere sempre sintonizzati su radio Maria, e dopo venti minuti filati di astro del ciel sfido Paolo Brosio a non convertirsi a Scientology. L’atmosfera che ne risulta è molto simile a quella creata dall’orchestra del Titanic quando decide di suicidarsi. Ti guardi attorno e non vedi altro che persone a prima vista felici. Felici di cosa, ti chiedi. Poi guardi meglio, e ti accorgi che se sorridono è per una paresi da congelamento e che nonostante l’espressione soddisfatta per aver sbucciato l’ultima caldarrosta vorrebbero entrare in coma e risvegliarsi fra due mesi quando tutta questa mestizia potrà dirsi conclusa.

Che poi c’è un motivo se stanno così. I regali. Il natale obbliga sia a farli che a riceverli, e ok che così gira l'economia ma girano anche quelle che il mio prof di filosofia elegantemente chiamava sfere parmenidee. Se potessimo decidere di fare regali solo a coloro per i quali abbiamo realmente voglia di cercarli, probabilmente dopo due o tre acquisti avremmo finito. E invece no, perché bisogna farli. Ai parenti, agli amici, ai colleghi, ai fidanzati (tutti e tre che se no sta male), ai compagni di università e a quelli del corso di zumba, alla barista della stazione che si ricorda sempre che brioche prendi e al commesso dell'esselunga che dopo aver sistemato i panettoni comunque se lo merita. E li fai non tanto perché vuoi bene a tutti, quanto perché se loro te lo fanno e tu no andranno avanti fino al natale successivo a parlare della tua inaspettata caduta di stile e ti schiferanno delusi come Bastianich col castellino. Quindi passi innumerevoli giorni (tendenzialmente mezzo, il 24 mattina) a farti venire idee brillanti, poi idee brillanti ed economiche, poi idee economiche, poi datemi un mercatino. I mercatini sono un'altra cosa che i fan del natale amano, ma se non ti fai assuefare dall'odore dei krapfen ti accorgi che sono una tristissima fiera del kitsch su cui la gente si accalca disperata alla ricerca del gufetto impagliato a mano dai bambini del Myanmar perché la tua amica colleziona i gufi e quindi le piacerà moltissimo. Anche la profumeria è gettonata, un po’ perché tutti puzziamo e un po’ perché almeno il pacchetto regalo ha una sua dignità anziché sembrare reduce da una rimessa laterale. Dopo interminabili minuti di osservazione della commessa che arriccia i nastrini con le forbici (io ci ho provato ma ogni volta anziché arricciarsi si irrigidiscono in modo ambiguo causandomi molto imbarazzo), sei ormai in uno stato semicosciente di ipnosi e ti appunti mentalmente di fare il conto dei regali perché se hai dimenticato qualcuno è la fine. Controlli, partendo dagli evergreen: la cravatta per lo zio avvocato, da sempre troppo occupato a studiare per sviluppare un senso estetico accettabile; l’ultimo libro di Bruno Vespa per la nonna, acquistato come ogni anno con la preghiera che Bruno Vespa sopravviva fino al natale successivo perché altrimenti addio idea regalo; giochi sadici e capi d’abbigliamento per tuo fratello, che ha sette anni e se lo istruisci a dovere ha tutto il tempo di sviluppare un senso estetico accettabile oltre che utili abilità da sicario. All’estremo opposto della scala di difficoltà si piazzano i genitori. Che in apparenza sembrano i più semplici, dopotutto sono gli unici a sapere quanti soldi tu (non) abbia e non possono aspettarsi granché. Il problema è che tuo padre cambia hobby con la stessa frequenza con cui Ilary Blasi resta incinta e tua madre odia il natale quanto te ma se riceve una borsa in pelle di cucciolo di struzzo lo odia meno. Nel mezzo si collocano i cugini, perché sono adolescenti e per quanto ti sforzi non riesci assolutamente a ricordare cosa avresti voluto ricevere a 17 anni. Forse un libro. O della privacy. O un viaggio in una città vicina tipo Antananarivo. Ma i tempi sono cambiati e questi vogliono le Beats l’iPad il laptop l’home theatre il microonde la lavastoviglie e Giorgio Mastrota col cambio shimano, meno male che ti vogliono bene per le lezioni di vita con cui li omaggi da ventiquattrenne vissuta (male) perché l’alternativa è donare un rene per vederli felici al momento dello scarto.