Il Messico dei Nuovi Narcos

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L’assenza dello Stato in Messico ha provocato negli ultimi anni uno stato di deterioramento che sta propiziando la nascita di nuovi gruppi armati. La Drug Enforcement Administration, l’agenzia antidroga americana, ha reso nota una lista, segnalando la presenza di sette nuovi gruppi di narco trafficanti.

Alcuni di questi “Nuovi Cartelli” si occupano della produzione di droghe, in particolare di metanfetamine, come i “Chemical precursor”. Altri invece, come il cartello del Chapo, svolgono attività prevalentemente di trasporto e vendita. Con delle peculiarità: il Cartello “dello Stato” deve infatti il suo nome al fatto che le sue attività criminali si svolgono prevalentemente entro i confini messicani. I Mazatlecos, perlopiù provenienti dalla regione di Sinaloa, operano nei confinanti Stati Uniti. Il gruppo si è costituito negli ultimi anni attraverso la cooptazione di membri appartenenti alle altre bande, in particolar modo di elementi provenienti dalla famiglia degli Zeta e dall’organizzazione di Beltran Leyva.  Con lo stesso modus operandi è stato costituito il Cartello dell’Officina, il quale è noto alle autorità a causa delle efferate violenze di cui si macchia, tra cui spiccano perlopiù rapine e omicidi. Infine l’agenzia antidroga americana ha inserito nel dossier anche il Cartello della Gente del Sud, celebre per aver compiuto un’esecuzione di 42 rivali lo scorso maggio, e quello “dell’Aeroporto”, dedito allo spaccio internazionale.

In Messico si è calcolato che ogni due ore sparisca una persona. Agli inizi dell’estate del 2014, durante uno scontro tra l’esercito e alcuni presunti delinquenti a Tlatlaya sono state uccise 16 persone, cui è seguita la scomparsa di 43 studenti il 26 settembre dello stesso anno. Sempre nel corso dello scorso anno sono stati scoperti i corpi di 46 persone durante dei lavori di drenaggio di un canale a Ecatepec, vicino alla capitale.  Un Narco-Stato in cui le forze armate sono spesso corrotte e colluse con i nuovi cartelli: si macchiano di crimini simili e, allo stesso modo di coloro che dovrebbero combattere “hanno l’abitudine di praticare la tortura e di violare i diritti umani”. A denunciarlo sono diverse organizzazioni internazionali, che segnalano pure come spesso siano le stesse autorità a inquinare le scene dei delitti e a minacciare i testimoni.

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I crimini vengono negati in una situazione di omertà, in un Paese in cui nemmeno la memoria delle vittime è permessa.

Il poeta messicano Javier Sicilia, nel dire addio al figlio Francisco, assassinato nel 2011 ha scritto: «Non c’è più niente da dire / Il mondo non è più degno di parola / Ce l’hanno soffocato dall’interno / Come ti hanno asfissiato / Come hanno straziato i tuo polmoni / Il dolore non mi lascia più / Il mondo sopravvive solo grazie a una manciata di giu­sti / Grazie al tuo silenzio e al mio / Juanelo».

Anche se da un paio d’anni I quotidiani nazionali e i rotocalchi scandalistici non  mettono più le vittime delle esecuzioni della criminalità organizzata in prima pagina, la narcoguerra in terra azteca non è finita: l’inferno incendia ancora il territorio, le città e le vite dei messicani. Semplicemente se ne parla di meno, e così sembra che le istituzioni stiano nel frattempo facendo qualcosa. Ma le cose stanno diversamente, e non solo in Messico. Sì, perché quando si parla di NarcoGuerra  bisogna gettare lo sguardo in altri territori, dagli Stati Uniti all’America centrale, dalla Colombia al Sud America e all’Europa.

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