Intervista a Gianrico Carofiglio, da Magistrato a Scrittore di Successo

Che cosa ha fatto scattare in lei la svolta, c'è stato un momento preciso, che lei a posteriori ha identificato?
"Tutti cerchiamo di darci spiegazioni, che poi siano spiegazioni giuste è un altro discorso, però, fatta questa premessa, che ha a che fare col dubbio che dicevamo prima, io credo di aver incubato per tanti anni il desiderio e le storie. Ed arrivato a un certo punto penso che l'incubazione fosse matura, nell'estate che ha preceduto la scrittura del primo libro, il mio umore era molto precipitato (un modo per dire che forse ero un po' depresso) e probabilmente ho cominciato a scrivere quasi come reazione a questa situazione però, se uno volesse leggerla in chiave di sviluppo di incubazione, può anche darsi che quella specie di depressione fosse un segnale che il corpo e la mente davano all'autore per dire: "adesso devi cominciare". Ho iniziato a scrivere avendo la sensazione di non avere scelta e in effetti ho scritto dal settembre del 2000 al maggio successivo, che, per gli amanti delle metafore, sono esattamente nove mesi".

Raramente si riscontra un successo così trasversale, qual è secondo lei il segreto?
"Come diceva Somerset Maugham, scrittore inglese, ci sono tre segreti per scrivere un romanzo di grande successo, sfortunatamente nessun sa quali siano".

E io che stavo anche scrivendo, mi ha fregato. Come ha fatto a tenere distinti i suoi due principali interessi, lo scrivere e il suo impegno politico?
"Non è stato uno sforzo, se uno ha la consapevolezza di quello che fa, in un campo e nell'altro non è difficile; faccio un esempio un po' carico: se una persona facesse il calciatore di professione e avesse una passione politica o un chiaro orientamento, quando gioca a calcio gioca a calcio. Considero la scrittura qualcosa che deve essere praticata secondo le sue regole, che sono: racconta la storia e i personaggi, scegliendo le parole precise per dire quello che hai da dire, il resto è da un'altra parte. Nei miei libri, poi, trovate anche un senso politico, che è però il risultato della storia raccontata, non la premessa; scrivo un romanzo per raccontare un segmento delle emozioni umane e naturalmente quando costruisci dei personaggi e una storia, dando loro vita, loro prendono effettivamente vita, e la loro vita è tutto e ciò include anche l'individuazione di eventuali significati politici".

Parlando del suo ultimo libro, perchè si discosta così tanto dai precedenti e cosa l'ha mossa a scriverlo?
"Questo è diverso dai precedenti, è vero, ma non si discosta così tanto per alcuni temi, che per esempio possiamo trovare in almeno due dei romanzi precedenti, se non tre: Il silenzio dell'onda, Il bordo vertiginoso delle cose e Né qui né altrove. Poi, è chiaro, è un romanzo che non è nemmeno lontanamente riferibile al genere, quindi giustamente i lettori dicono che il libro è spiazzante, che sia spiazzante per me è poi un grande complimento. Si tratta di un romanzo di formazione nella maniera più classica del termine: il racconto del passaggio, quasi iniziatico, di un adolescente dalla giovinezza all'età adulta".