ISIS e Ghost Soldiers nelle Sabbie di Babilonia

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Sabato scorso, al festival Middle East Now di Firenze, è stato proiettato in anteprima italiana l’ultimo lavoro del regista iracheno Mohammad Al Daradji, In the Sands of Babylon: seguendo le orme del soldato immaginario Ibrahim – in fuga dal Kuwait, catturato dalle guardie di Saddam Hussein, e infine gettato in una fossa comune – il docufilm cerca di rimettere insieme i cocci della storia recente di un paese che dalla Guerra del Golfo del 1991 continua a sgretolarsi drammaticamente, annaffiando di teschi quella terra che in antichità veniva chiamata Tintir, ossia ‘bosco di vita’; un’antichità oggi velata di sangue sempre fresco.

L’Iraq è infatti diventato uno dei quartieri generali dell’ISIS nel giugno 2014, quando il leader Abu Bakr al-Baghdadi – la cui effige è stata twittata poco prima dell’attentato a Charlie Hebdo – ha proclamato la nascita di un califfato; in altre parole, un luogo di morte permanente (morte da coltivare e da esportare), come dimostra la scoperta delle fosse comuni di Tikrit: circa 1.700 ghost soldiers ancora in stato di decomposizione; i mercenari low cost e senza nome dello Stato Islamico, nutriti e armati per seminare lo stesso terrore che poi li sotterra.

Se la religione si limitasse a essere l’oppio dei popoli, forse tutti sarebbero molto più rilassati; ma purtroppo non è così: la religione è uno dei fattori spargisangue più ricorrenti nella storia. L’ISIS è geopoliticamente in espansione, controlla un’area ormai più grande del Regno Unito, è ricca e organizzata, manipola i social network, e ha da poco stabilito la leva obbligatoria a sedici anni per far lievitare nel tempo l’esercito dei ghost soldiers; teenagers ai quali viene negato tutto, fatta eccezione per un kalashnikov e il permesso di giocarci in nome di Allah.

Il caso delle fosse comuni di Tikrit non è isolato, ma si lega ad altri eventi che hanno riempito le pagine di cronaca negli ultimi giorni. L’attacco al campo profughi di Yarmouk, ad esempio, dove più di 3.500 bambini ora sono intrappolati, privi di assistenza sanitaria e, probabilmente, in vetrina per il mercato nero di organi umani. O il massacro di Garissa in Kenya, voluto dall’intelligence di Al-Qaida, in cui 147 studenti sono stati fatti saltare in aria da un gruppo di jihadisti somali imbottiti di esplosivi, acuendo il problema dei profughi, quelli del campo di Daabab (il più grande del mondo), che ospita oltre 600.000 sfollati provenienti soprattutto dalla limitrofa Somalia.

Cresce esponenzialmente il numero di chi agisce come un ologramma di se stesso; fantasmi caricati a molla: quelli che uccidono (e vengono uccisi) per vendicare l’assurdo, quelli costretti ad abbandonare la propria famiglia e a marcire sotto un telo di nylon in un paese straniero, quelli che non sono più niente e che adesso hanno solo paura di ricordare ciò che sono stati. Poi, ci sono quelli che muoiono e basta.

Il docufilm di Mohammad Al Daradji è il prodotto di quasi tre anni di studio e ricerca. Il regista, che all’epoca della Guerra del Golfo era solo un adolescente, ha rintracciato e conosciuto personalmente alcuni dei sopravvissuti alle fosse comuni del 1991, inserendoli nella pellicola accanto ai personaggi d’invenzione. Con un espediente narrativo analogo a quello di Giotto, che tra i primi dipinse figure di spalle in primo piano, per coinvolgere lo spettatore nella storia rappresentata (come ne Il compianto sul Cristo morto, 1303-05, Padova, Cappella Scrovegni), Mohammad Al Daradji intervista i sopravvissuti. La telecamera si sofferma sui piedi e sulle mani (dove sono ancora visibili i segni delle torture), e sulle nuche inclinate, mentre le labbra muovono nel buio frammenti di racconto, o restano chiuse. I loro sguardi (che noi non vediamo) si perdono nella luce lontana che filtra da una finestra; una finestra molto simile a quella di Ibrahim, che scruta le sabbie di Babilonia dalle sbarre di una fessura, dopo essersi arrampicato sulle spalle dei suoi compagni di cella, raccontando loro le immagini di libertà che tutti i prigionieri avrebbero voluto vedere.

giotto

In the Sands of Babylon è testimonianza non solo di una guerra in corso, ma di una violenza targata dio che estirpa alla radice il concetto di umano, soppiantandolo con quello di automa. Una violenza che, in qualche modo, bisogna avere il coraggio di raccontare, perché l’identità del nostro futuro si fonda sulla memoria che riusciamo a preservare e a trasmettere nel presente. Non si tratta soltanto di sunniti e sciiti che si scannano a vicenda. Questa violenza ci tocca da vicino, iniziamo a percepire la natura del dolore che causa, le sue conseguenze nelle nostre vite. Anche noi siamo i granelli di una Torre di Babele che collassa.

Se Samsung, la Apple o qualche nababbo della New Economy fornisse uno smartphone alle vittime attuali di questa violenza, magari i paesi occidentali sarebbero informati senza filtri governativi (e quindi obbligati a mobilitarsi seriamente), dato che molte più cose potrebbero essere raccontate attraverso le immagini di distruzione che (credo) nessuno di noi vorrebbe vedere, neanche su Instagram.