La Cina e la Tortura: Storia di un Mercato dell’Orrore

China Xinjiang Explosion

“Loro [i poliziotti] mi colpivano col manganello elettrico sul volto. E’ quella tortura che la polizia chiama “del popcorn”, perché il viso ti si apre e sembra come il popcorn. Fa una puzza terribile, di pelle buciata”. Sembra un racconto di altri tempi, di un’altra realtà, di un altro mondo. Invece, è la recente testimonianza di Yu Zhenjie, un sopravvissuto alle torture messe in atto dalla polizia locale nello Hellongjiang, una delle più grandi province cinesi.

Era il 10 dicembre 1984, quando a New York l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la United Nations Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment, una serie di obblighi che vincolavano gli Stati aderenti a condannare e contrastare la pratica di punizioni corporali o trattamenti crudeli, disumani o degradanti finalizzati all’estorsione di informazioni o confessioni. Oggi, a trent’anni di distanza, la tortura torna ad essere una problematica internazionale più attuale che mai.

Secondo un recente rapporto stilato da Amnesty International, in collaborazione con Omega Reasearch Foundation, dei 155 Paesi che nel 1984 ratificarono la Convenzione, almeno 79, oggi, continuano a utilizzare questo genere di pratiche. “E’ diventato una routine- afferma Salil Shetty, segretario di Amnesty- la lotta al terrorismo ha normalizzato la tortura, facendola sembrare persino fondamentale per la sicurezza nazionale”.