La Crisi Siriana: Solo un’Altra Guerra per il Petrolio?

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A sei anni dall’inizio della guerra in Siria la prospettiva di un accordo di pace sembra ancora molto lontana. Dopo l’ulteriore fallimento dei colloqui di Astana, per trovare una soluzione condivisa al lungo e logorante conflitto, il destino della Siria rimane incerto, facendo sorgere ulteriori dubbi sulle vere ragioni della crisi che ha provocato più di 200.000 morti e milioni di rifugiati.

Nel 2011, allo scoppio del conflitto, la Siria venne considerata come il naturale atto finale di quella ondata di proteste e mobilitazioni di massa che avevano caratterizzato la primavera araba in gran parte della regione. Fin dalle prime battute, l’iniziale guerra civile assunse i contorno di una proxy war fra vicini ostili, pronti a fare della Siria il loro terreno di caccia per il raggiungimento di obiettivi geo – politici e ideologici. Le azioni dell’Arabia Saudita e dell’Iran su tutte vennero presentate come le principali cause del conflitto, facendo dunque dei rivoluzionari e di Assad dei meri burattini in mano a potenze straniere.

Di recente, alcuni speculazioni e teorie avrebbero portato alla luce fatti per cui la guerra siriana sarebbe solo un’altra degli innumerevoli tentativi di Stati Uniti e attori transnazionali di sfruttare le risorse petrolifere del Medio Oriente. Nel Luglio del 2011 alcune risorse ufficiali iraniane aveva annunciato il raggiungimento di un accordo di 10 miliardi di dollari per la costruzione di un gasdotto tra Iraq, Iran e Siria.

Qualche mese prima, anche il Qatar aveva provato a interagire con Assad nel tentativo di convincere il presidente siriano a costruire un gasdotto che avrebbe bypassato l’Iran per fornire gas ai Paesi Europei. Gli Stati Uniti stessi supportavano ferventemente il progetto, nel tentativo di mettere in stallo un Iran già in difficoltà a causa delle pesanti sanzioni economiche. A est, la Russia aveva espresso la sua preoccupazione per il progetto qatariano per paura che l’ingresso del Qatar nel mercato degli idrocarburi europei avrebbe tagliato una considerevole parte degli introiti russi derivanti dalla Gazprom, azienda russa che fornisce l’80% del suo gas proprio all’Europa. Assad aveva però ferventemente negato la proposta del Qatar, stringendo invece un accordo con Iran e Iraq.

Già nel 2009 Assad aveva annunciato l’implementazione del piano “Quattro mari” in cui la Siria, a corto di giacimenti petroliferi, avrebbe invece fatto affidamento sugli introiti provenienti dalle tasse per il passaggio di oleodotti e gasdotti. Il piano prevedeva infatti di trasformare la Siria in un canale obbligatorio attraverso cui trasportare risorse dal Golfo Persico, Mar nero, Mar Caspio e Mar Mediterraneo.

Dopo sei anni di combattimenti gli Stati del Golfo, tra cui il Qatar, sono solidamente schierati con le fazioni ribelli, lavorando per la caduta di Assad. Molti devono questa iniezione di capitali e armamenti da parte del Qatar ai gruppi ribelli proprio alla volontà di Doha di voler rimpiazzare Assad, per poter portare a termine il suo progetto. Lo stesso dicasi per l’Iran, che sarebbe coinvolto in Siria per garantirsi un passaggio sicuro per esportare gas in occidente.

Eppure mere ragioni economiche non possono e non devono portare a facili semplificazioni di un conflitto che nel corso degli anni ha assunto diverse forme e che richiede diversi livelli di analisi. Infatti, qualsiasi tentativo di etichettare il conflitto come una guerra tra signori del petrolio sfocia in uno scontato e fuorviante clichè.

Queste generalizzanti teorie ignorano la presenza e la comprensione di dinamiche locali e transnazionali come le principali forze trainante della crisi siriana. Basti pensare che in Siria i gruppi coinvolti nel conflitto si stima siano circa 1500, senza una chiara leadership e obiettivi condivisi riguardo al futuro dello Stato siriano. In tal senso, anche la politica del Qatar ha assunto contorni altalenanti. All’inizio del conflitto, Doha si era mostrata favorevole a un’eventuale permanenza al potere di Assad, finchè il leader alawita avesse aperto le porte a gruppi islamisti all’interno della cerchia governativa. Al rifiuto di Assad il Qatar, assieme agli altri Paesi del Golfo, su tutti Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi, ha iniziato una politica volta a finanziare i numerosi gruppi dell’opposizione.

La strategia del Qatar e degli altri Paesi arabi esula dunque da una mera motivazione legata al mercato degli idrocarburi. Dopo l’invasione dell’Iraq del 2003 i Paesi arabi del golfo hanno perso terreno considerevole nella stato dell’ex presidente Saddam Hussein. L’ascesa al potere di partiti politici sciiti ha favorito l’inserimento dell’Iran, che dal 2003 ha giocato un ruolo sempre più importante nel ricostruire la struttura amministrativa irachena. Anche in Libano, grazie al sostegno a Hezbollah, l’Iran ha considerevolmente esteso la sua influenza a est. Il conflitto siriano e l’eventuale partenza di Assad costituisce dunque un elemento chiave per gli Stati del Golfo per riequilibrare le influenze regionali ed evitare un’ulteriore vittoria per la Repubblica Islamica, storica alleata della famiglia Assad.

Sicuramente il mercato degli idrocarburi e le ricchezze naturali della regione costituiscono fonte di tensioni non indifferenti. Ma identità politiche e la geopolitica regionale continuano a giocare un ruolo imprescindibile per la comprensione delle dinamiche che caratterizzano il Medio Oriente, dinamiche che non vanno trascurate specialmente per una completa comprensione del conflitto in corso.