“La Fabbrica delle App”: Intervista agli Ideatori della Startup Mumble

Mumble

Nonostante questa parola sia usata (e forse abusata) nella nostra vita di tutti giorni, il termine start-up è sempre accompagnato da un alone di mistero, un po’ come una figura mitologica: tutti ne parlano ma nessuno ne conosce realmente il volto. Da qualche tempo riflettevo su come supplire a questa mia (imperdonabile) lacuna. E quale modo migliore di comprendere questa nuova realtà se non dal suo interno?

Tramite Mimprendo, evento organizzato da Confindustria Giovani che si propone di avvicinare il mondo imprenditoriale a quello universitario, sono incappata nella realtà di Mumble, digital start-up messa in piedi da tre giovani ragazzi modenesi. Sono infatti poco più che ventenni Mattia Farina, Giacomo Torricelli e Francesco Villani (vedi in foto) i genitori di questa “creatura” di grande successo.

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Ho incontrato questi ambiziosi ragazzi nel loro ufficio di via Giardini per scoprire come ha avuto inizio la loro avventura imprenditoriale ed entrare in contatto con un fenomeno che si sta diffondendo sempre di più anche nel panorama italiano.

Da che idea è nata la vostra startup e di cosa si occupa? 

Mattia: “L’idea di partenza era quella di creare un prodotto finito, un’applicazione, ma i profili necessari per realizzarla sono tanti e variegati, e ciò avrebbe implicato un costo elevato che all’inizio era insostenibile. Ci siamo quindi trovati a dover inventare un modo per poter finanziare, in un domani, la nostra app, senza doverci rivolgere ad un fornitore esterno. Gli eventi ci hanno portato quindi ad essere inizialmente un’agenzia digitale al servizio di altre start-up, per le quali realizzavamo app, servizi digitali, siti web ecc..

Oggi Mumble ha un raggio di azione ampio, lavora su tre fattori paralleli:

1) lo sviluppo di applicazioni mobile

2) lo sviluppo di siti o piattaforme web

3) la gestione dei social network, Facebook in particolare.

Un cliente, che può essere un’azienda o un privato, viene da noi e trova tutto quello che gli serve per realizzare, per esempio, un sua app: dallo studio del design fino alla realizzazione vera e propria delle app iOS e Android. Insomma, a Mumble entra un idea ed esce un prodotto finito e funzionante.”

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Perchè Mumble? Com’è nato questo nome?

Francesco: “Io e Mattia stavamo massaggiando su whatsapp per decidere un nome da dare alla nostra start-up e dopo che mi proposto un nome, io, per dire che ci dovevo pensare, ho risposto ‘mumble, mumble’. Lui, interpretando la mia risposta come un possibile nome, mi ha detto che gli piaceva, poi da cosa è nata cosa e ci siamo sempre più convinti sulla scelta di questo nome. Alla fine anche se da una risposta in gag, è nato un nome che ha una sua logica finale, ovvero quello di essere il frutto di un ragionamento”

Dal vostro sito web ho visto che tra le vostre numerose collaborazioni, ci sono anche nomi importanti, come ad esempio Hermés Parigi…

F: “In questo progetto abbiamo gestito la campagna Facebook del brand per l’Italia. Oltre a gestire la presenza del nostro cliente sui social, abbiamo inventato dei parametri che ci hanno consentito di misurare com’era la pagina Facebook del nostro cliente ad inizio campagna e come era alla fine. Uno di questi parametri si chiama total engagement, ovvero la somma totale dei mi piace, delle condivisioni e dei commenti nell’arco di un periodo di tempo, per esempio un mese. I dati che ricaviamo alla fine vengono poi paragonati a quelli dei competitors principali. In questi progetti, oltre all’analisi economica di base, c’è un forte lavoro di programmazione perché tutti questi dati devono essere ricavati con un software (elaborato, come anche il sito, da Giacomo, la mente nerd del gruppo). ”

L’Italia in questo periodo è caratterizzata più che mai dall’incertezza: da quella degli investitori a quella dei mercati domestici ed internazionali. Come siete riusciti a nascere e crescere in questo contesto?

M: “Partire è stata molto dura sotto molti punti di vista, gli aiuti che ci sono arrivati da fuori sono stati utili, ma c’è davvero tanto da fare. Per cercare nuovi clienti si fa alla vecchia maniera: si chiama l’azienda, si mandano mail e si spera in un feedback positivo. Abbiamo avuto fortuna per il fatto che molti contatti sono arrivati grazie a passaparola, impressioni positive, contatti e così via”

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Recentemente siete stati alla SMAU di Berlino, uno degli eventi più importanti a livello europeo sul panorama start-up, con che realtà vi ha permesso di entrare in contatto?

Giacomo: “E’ un mondo bellissimo, ogni start-up cerca di creare e promuovere il proprio prodotto ma con voglia e passione, non c’è l’unico obiettivo di generare profitti per richiamare investitori, ma si cerca di creare una sorta di ecosistema diverso. A Berlino sono avanti anni luce sotto questo aspetto! Inoltre, sempre riguardo a questo genere di eventi, siamo stati invitati alla CollisionConf, l’evento più importante a livello mondiale per start-up ed investitori, che si terrà a Las Vegas il 4-5 maggio”

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Cos’è artplace e cosa si propone di fare?

M: “Artplace è il TripAdvisor dei musei: per ogni città abbiamo raccolto, grazie ai database di Google Places, tutti i musei e le relative informazioni in modo da consentire, ad esempio, a chi la utilizza, di farsi guidare dal proprio smartphone fino all’indirizzo desiderato o di accedere direttamente al sito web del museo. Ma Artplace non è solo questo, è molto di più: la app è scaricabile gratuitamente sia dai normali smartphone che dai musei stessi attraverso una piattaforma web. I musei, inoltre, una volta scaricata l’app potranno personalizzare attraverso un pannello di controllo i contenuti disponibili all’interno dell’applicazione. Ma la vera innovazione è nella tecnologia dei Beacon (vedi foto), piccoli hardware lanciati da Apple un anno fa, che consentirebbero, se posizionati in una sala, o vicino a un’opera, ad ogni cellulare entro un raggio di 70 metri (tramite bluetooth), di assorbirebbe in automatico le informazioni audio e video impostate dal museo. Che così potrebbe surclassare le tradizionali audioguide, fornendo ai turisti un vero e proprio tour virtuale del museo a 360 gradi”

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Spesso le realtà accademiche studiate sui libri di gestione delle imprese sono diverse da quelle che poi si affrontano nel contesto lavorativo concreto: quali sono i principali strumenti di indagini di mercato, del settore, della concorrenza ecc.. che avete adottato?

M: “In questo ambiente molto nuovo quello che conta è la praticità delle cose, non fermarsi sempre allo studio teorico. Noi abbiamo fatto, sia per Mumble che per Artplace, un business plan abbastanza completo dove siamo andati anche a vedere i principali competitors, i punti di forza e di debolezza (analisi swot) ecc… Questo però è un mondo in continuo sviluppo e molto giovane: le app ci sono dal 2008 e 7 anni sono niente nel mondo dell’economia”

Quali sono i vostri progetti futuri (o qual è stato un progetto al quale siete particolarmente legati o che state portando avanti attualmente)?

G: “Abbiamo un nuovo progetto in cantiere. Essendoci già passati sappiamo che nel mondo start-up, soprattutto all’inizio, ci sono molti paletti burocratici a prescindere dall’idea che c’è dietro. In Italia, quando una start-up, si presenta a dei finanziatori deve presentarsi già con un prototipo, un business plan, un’idea chiara sul mercato in cui andarsi ad inserire. Ma questo è tutt’altro che facile per chi si affaccia a questa realtà per la prima volta: abbiamo quindi l’idea di valutare i progetti di start-up emergenti in base all’idea che ci viene messa davanti, senza chiedere dati, business plan ecc…  e nel caso il progetto ci piaccia dargli un supporto tecnico, dare una location al team ed aiutarlo a crescere in base a quelle che sono le nostre competenze; essere una sorta di incubatore modello americano ma in Italia”

Ci sono suggerimenti o errori che avete commesso che volete dire a chi ha intenzione di intraprendere un cammino simile al vostro?

F: “Sicuramente concentrarsi su una cosa alla volta, spesso si hanno in testa tantissime idee e tantissima voglia di fare, ma l’esperienza insegna che una cosa viene bene quando si fa un passo alla volta. Sembra scontato ma quando ci sei dentro rischi di venire travolto dal momento e non si ha sempre la calma e la concentrazione per dare il massimo. Nel nostro percorso con Mumble abbiamo dovuto lasciare indietro alcuni progetti per dare priorità ad altri, in modo da indirizzarli nella giusta direzione. Un consiglio che mi sento di dare è quindi quello di concentrarsi e sbagliare nello sviluppo di una singola idea o prodotto”