La Magia del Piccolo Principe

piccolo principe

Alzi la mano chi non ha mai letto il Piccolo Principe. Nessuno o quasi – immagino – ha passato l’infanzia o l’adolescenza senza aver sfogliato le pagine di Antoine de Saint-Exùpery, anche solo per curiosità o per capire perché tutti parlassero tanto del piccolo principino biondo che vive da qualche parte nello spazio, sull’asteroide B612.

Da che è stato pubblicato, il libretto metà filosofia fatta a fiaba e metà racconto di formazione ha creato un vero e proprio mito; il marketing di Moleskine, i locali a tema, gli esercizi pubblici e le innumerevoli edizioni critiche correlate per capire di cosa davvero parla questa storia. Mark Osborne e i francesi Onyx Films e Orange Studio hanno deciso di farci un film d’animazione, costato ben 60 milioni – cifra spropositata per questo tipo di prodotto; la pellicola è stata presentata fuori concorso a Cannes lo scorso maggio e sarà distribuita nelle sale italiane solo dal primo gennaio dell’anno che verrà, ma io ho avuto la fortuna di vederlo in anteprima, allo Spazio Oberdan – una delle innumerevoli belle iniziative organizzate dalla Cineteca di Milano – e a chiunque progetta di vederlo, e ve lo consiglio caldamente, dico: non è un film sul Piccolo Principe.

Non è l’adattamento in CGI della bellissima storia, è molto di più.
Parla della crescita, del dover diventare grandi e del doversi per forza incastrare nei meccanismi della società adulta, dove se non si fa attenzione si finisce per essere tutti ingranaggi grigi in un pianeta senza stelle – in una visione che ricorda molto Momo alla conquista del tempo, dove i Signori Grigi rubano il tempo agli esseri umani. Qui – come ben sa chi ha letto il libro – c’è l’Uomo d’Affari sul pianeta 328 che passa il suo tempo a contarle, le stelle, pensando di possederle come fossero monete di un patrimonio. Non c’è molta differenza tra lui e i “cattivi” dell’altro film succitato – un’altra bellissima fiaba fatta a cartone dal libro di Michael Ende, noto ai più forse per La Storia Infinita.

Parla, per tirare le somme, di una bambina la cui vita futura è stata studiata a tavolino, nei minimi dettagli di ogni giorno, da una madre premurosa ma concentrata solo sul “profitto” – non economico, bensì di realizzazione personale – che dimentica di sostenere la figlioletta in quel delicato momento che è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Parla di amicizia, tra la bambina e un vecchio aviatore (facile indovinare chi sia in realtà) che le racconta la storia di questo Piccolo Principe attraverso i suoi disegni e le fa riscoprire il piacere di essere ancora bambina. Non è mai troppo presto per crescere, certo, ma è bello conservare la meraviglia dell’infanzia. Non è mia intenzione fare spoiler, ovviamente, ma posso solo dirvi che mi sono davvero commossa alla fine; il tutto ha un linguaggio delicato, curato al dettaglio, accessibile sia ai più piccoli – in sala c’erano anche bambini di 6 anni – sia ai più grandi.

La storia vera e propria del Piccolo Principe viene raccontata, in questo film, tramite delle immagini di carta e legno animate in stop motion, ed entrambe le versioni animate possono vantare doppiatori di tutto rispetto; basti pensare che, in italiano, l’aviatore è doppiato da Toni Servillo e in inglese da Jeff Bridges. Vi consiglio di non perdere assolutamente l’occasione di vederlo al cinema, per imparare anche una lezione importante: come ci dice l’Aviatore, “il problema non è diventare grandi, ma dimenticare”.