Quando la Musica si Ferma Putin Smette di Ballare

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I motivi per festeggiare con una grande festa danzante per Putin ci sono tutti: durante lo scorso fine settimana ha avuto la conferma di essere saldamente al comando della Russia. Finita la festa, però, arrivano i problemi da affrontare: non ci addentriamo nelle scelte di strategie sul piano della politica estera, tuttavia, anche sul piano economico interno, la situazione presenta aspetti alquanto critici.

Il bilancio dello stato russo è per la maggior parte costituito dalle entrate petrolifere e, come abbiamo avuto modo più volte di ricordare, il prezzo del barile è sceso dal 2014 di oltre il 60%. Ai prezzi attuali, per far fronte al deficit di entrate, il governo russo sta attingendo alle riserve di denaro che negli anni precedenti al 2014 aveva accumulato, pari a circa 80 miliardi di dollari.

In questo momento di quel “gruzzolo” di riserva ne sono rimasti solamente circa 30 miliardi di dollari. I maggiori istituti di ricerca hanno calcolato che se il prezzo del petrolio per i prossimi anni fosse intorno ai 50 dollari al barile, entro la fine del 2017, le riserve di denaro per la Russia andrebbero a esaurirsi.

Chiaramente a prezzi odierni di 42 dollari al barile ci sarebbe un’accelerazione verso l’esaurimento delle scorte economiche. Qualora fossero confermate le previsioni di un rallentamento della crescita mondiale, ci sarebbe un’ulteriore e inevitabile pressione al ribasso del prezzo del petrolio con l’aggravarsi della situazione economica della Russia.

Ci permettiamo di segnalare due politiche che hanno caratterizzato il recente passato nelle scelte economiche: la prima nella “sovra-produzione” di moneta, attraverso i Quantitative Easing, da parte delle banche centrali e la seconda nella sovra-produzione di barili di petrolio.

La politica monetaria ha spinto il prezzo del denaro, espresso dai tassi d’interesse, sostanzialmente a zero. La politica di estrazione incontrollata del petrolio ha portato il livello del prezzo del barile a scendere dagli oltre 100 dollari a 26. Tassi a zero e costo del petrolio bassissimo avrebbero dovuto essere una combinazione “esplosiva” per la crescita economica. Per ora i risultati non si vedono. In compenso si cominciano a contare i danni.

Qualcuno ha affermato che questa fase economica non è per “vecchi economisti”. Noi ci limitiamo a dire che per gli investitori sarebbe meglio “fermare la musica” e prenderci qualche momento di riflessione.