La Politica di Sterminio di Franco Durante e Dopo la Guerra Civile Spagnola

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Tema denso di controversie e ben lontano dall’essere trattato pacificamente, la repressione portata avanti da Franco durante e dopo la Guerra civile spagnola del ’36-’39 è ancora oggi una tematica calda e che suscita non poche divisioni tra gli spagnoli a causa dei lutti e degli odi di cui inevitabilmente fu foriera: si parla infatti di circa 250/300.000 vittime tra la repressione repubblicana, quella franchista e i caduti nei combattimenti, cifra che appare ancor più spaventosa se si tiene in conto la popolazione spagnola dell’epoca.

Con la sollevazione del 18 luglio del 1936, messa in atto dai generali Emilio Mola, José Sanjurjo, Francisco Franco e Gonzalo Queipo de Llano contro il governo del Fronte popolare, la Spagna si trovò divisa in due con i nazionalisti che controllavano il Marocco spagnolo, l’area asturiano-cantabrica, la Navarra, l’Andalusia e la Vecchia Castiglia mentre le forze rimaste fedeli alla Repubblica il resto del paese. La coesione del fronte nazionalista, a differenza di quello repubblicano, fu forte fin dall’inizio delle ostilità: le forze armate si misero saldamente alla guida dei partiti e dei movimenti della destra spagnola che appoggiarono l’alzamiento, facendo sì che anche la repressione potesse seguire un andamento sistematico e ben organizzato dall’alto. Fu nelle aree controllate dai generali nazionalisti che si scatenò infatti una vera e propria guerra di sterminio volta all’eliminazione fisica di tutti coloro che, a loro dire, rappresentavano “l’anti-Spagna”: gli anarchici, gli aderenti ai partiti del Fronte Popolare, gli atei, i massoni, i nazionalisti baschi e catalani e genericamente tutti coloro che si opponevano ai loro progetti. Nella Navarra il generale Mola affermò senza troppa esitazione che era compito delle sue truppe “eliminare semplicemente tutti coloro che non la pensano come noi”, incluso chi tentava di salvare alcune delle vittime. Tali assassinii non di rado erano messi in atto in presenza dei famigliari delle vittime. Non fu assente anche una persecuzione della minoranza protestante spagnola, portata avanti in nome dell’intransigentismo cattolico dei nazionalisti, mentre la maggior parte della gerarchia cattolica spagnola taceva riguardo alla mattanza che ci stava consumando nelle sue diocesi, salvo rare eccezioni. Nell’Andalusia il generale Queipo, acquartieratosi a Siviglia, lanciava violenti e ripugnanti appelli dalla radio cittadina rivolti ai suoi uomini, i quali non mancarono di metterli in pratica: in Andalusia si calcola che oltre 47.000 persone vennero assassinate dai nazionalisti nel solo triennio del ’36-’39, spesso in seguito a torture e sevizie di sorta. Particolare ferocia venne mostrata dalle truppe marocchine che combatterono con Franco, responsabili di eviscerazioni, evirazioni, decapitazioni e torture di sorta sui prigionieri caduti vivi nelle loro mani e sui civili.

franco, spagnaPer comprendere l’origine di tale violenza bisogna aver presente la base ideologica con la quale operarono i militari sollevatisi contro la Seconda repubblica: la loro visione del mondo, elementare quanto brutale, era composta da un mix di integrismo cattolico, tradizionalismo politico e fascismo e riduceva semplicisticamente le contrapposizioni di quell’epoca ad una lotta senza quartiere tra la vera Spagna (ossia quella cattolica, organica e gerarchica) contro le forze dell’anti-Spagna, ovvero gli anarchici, gli esponenti della sinistra, i nazionalisti baschi, i nazionalisti catalani e gli atei. Di certo analoga volontà di sterminio, per quanto molto meno organizzata e più istintiva, esistette anche nel fronte opposto, non per niente lo storico Gabriele Ranzato riferendosi alla Guerra civile spagnola parlò di eclissi della democrazia, ma ricordò anche correttamente che se tra i repubblicani si trattò di un’eclissi semi-totale (il rispetto della democrazia e dei diritti dell’uomo era infatti ormai diventato quasi del tutto assente anche nella Spagna repubblicana con l’inizio della guerra civile), nella Spagna nazionalista tale eclissi fu totale, sistematica e premeditata.

La conquista di nuovi territori era inevitabilmente seguita dalla repressione e dal massacro, come accadde a Badajoz, città nella cui plaza de toros vennero giustiziate più di 1.500 persone, e a Toledo, dove in seguito alla liberazione dell’Alcazar le truppe marocchine di Franco arrivarono a sgozzare i feriti repubblicani nei letti d’ospedale. Un freno ai massacri venne all’indomani della campagna stampa portata avanti sulla mattanza di Badajoz, che fece sì che questi venissero condotti in maniera più discreta e lontani dalla linea del fronte. L’ultimo eccidio di massa avvenne a Malaga nel febbraio del 1937 dopo la conquista della città e provocò circa 2.000 vittime.

Con l’occupazione di Madrid nell’aprile del 1939 la guerra civile poteva dirsi conclusa. A quella data, le vittime della repressione franchista ammontavano a circa 70.000. Coloro che nonostante il bagno di sangue dei tre anni appena trascorsi credettero nei proclami dei nazionalisti promettenti amnistie per quei repubblicani che non hanno avuto alcun ruolo nella repressione dovettero ben presto rendersi conto della fallacia delle loro previsioni: se la guerra combattuta sui campi di battaglia era finita, quella di sterminio del generale Franco non lo era affatto.

La repressione post bellica

La fase più acuta della repressione postbellica dei franchisti andrò dal 1939 al 1948, anno in cui lo stato di guerra proclamato nel ‘36 venne ufficialmente revocato, per poi continuare a mietere vittime anche in seguito seppur con un’intensità decisamente minore. Non si dimentichi inoltre la repressione linguistica e culturale che i catalani e i baschi dovettero subire dal regime franchista, essendo vietato addirittura parlare il catalano e il basco nei luoghi pubblici. I fondamenti giuridici della repressione si basavano sull’accusa di ribellione a chiunque, a partire dal 1934, fosse stato iscritto ad uno dei partiti o dei sindacati del Fronte popolare, colpendo inoltre con un’immensa purga tutta la pubblica amministrazione che era rimasta fedele alla Repubblica, e mettendo fuorilegge tutti i partiti della sinistra spagnola, la Massoneria, il Rotary club e le associazioni femministe. Durante i processi spesso le accuse era messe al posto delle prove, agli imputati non veniva concesso nemmeno un avvocato e spesso era negata anche la banale possibilità di difendersi dalle accuse.

spagna, francoCaso emblematico della gratuità e della crudeltà della repressione postbellica, oltre che dell’oppressione a cui furono sottoposte le minoranze catalane e basche, è stata la fucilazione del presidente della generalitat della Catalogna Lluís Companys, avvenuta nell’ottobre del 1940 dopo un processo farsa della durata di un’ora e dopo una prigionia nel corso della quale dovette subire torture di sorta da parte dei suoi carcerieri. Companys durante la sua presidenza aveva salvato la vita di quanti più esponenti della destra catalana fu in grado di proteggere, ed era completamente estraneo a quel terrore rosso che si scatenò nella Seconda repubblica nei primi mesi di guerra civile. Altro aspetto particolarmente abietto è stata poi la separazione forzata di bambini dalle madri incarcerate per ragioni politici, i quali venivano loro sottratti all’età di tre anni per venire destinati a famiglie fedeli al regime, cambiando i loro nomi nei registri civili.

Il numero di persone che vennero uccise dopo la fine del conflitto ammonterebbe a circa 28.000, secondo le stime dello storico Stanley Payne. Certamente non sarebbero mancati i regolamenti di conti e la giustizia sommaria anche in caso di vittoria repubblicana, ma risulta molto difficile credere che questi avrebbero raggiunto la sistematicità e la durata nel tempo di quelli perpetrati da Franco, i quali sono secondi solo alla repressione condotta dai comunisti jugoslavi dopo la Seconda guerra mondiale. Inoltre, se le autorità repubblicane dovevano, almeno formalmente, salvare le apparenze di una democraticità ormai venuta meno, quelle franchiste non dovevano nemmeno porsi un simile problema. All’oggi la Spagna di Franco è seconda solo alla Cambogia di Pol Pot per il numero di desaparecidos durante un regime dittatoriale.