La Presidenza Trump e la Politica delle Scarpe da Tennis

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Tra le cose che Donald Trump ha promesso di fare nei suoi primi 100 giorni come presidente degli Stati Uniti d’America, ce ne sono alcune che farebbero prendere un nuovo corso al mondo del commercio, non solo negli U.S.A. ma anche all’estero.

Ad esempio, il magnate è notoriamente contrario alla Trans-Pacific Partnership, un accordo tra paesi affacciati sull’Oceano Pacifico grazie al quale lo scambio di beni e merce fra questi paesi – paesi anche di un certo peso, come il Giappone – diventerebbe più economico e facile.

Questi accordi hanno avuto nell’ormai quasi ex presidente statunitense Barack Obama uno strenuo sostenitore, in quanto aprirebbero svariati mercati asiatici all’influsso di prodotti americani, ma secondo i critici renderebbero anche più facile per certe aziende produrre questi beni direttamente in Asia, svantaggiando quei blue-collar workers statunitensi che, forse non a caso, hanno appoggiato Trump nelle elezioni da poco trascorse.

Ecco quindi il nesso tra Donald Trump e le scarpe da tennis: queste ultime sono prodotte in gran numero in paesi del sud-est asiatico, come Filippine, Malesia e Vietnam, che sarebbero inclusi all’interno della Trans-Pacific Partnership se questa andasse in porto. In particolare, la Nike possiede 26 fabbriche in Vietnam.

Se gli Stati Uniti aderissero agli accordi, il prezzo delle scarpe da tennis prodotte altrove e importate nel paese sarebbe minore, grazie alle minori tariffe; se invece non prendessero parte alla Trans-Pacific Partnership iniziative come la “speedfactory” della Adidas ad Atlanta sarebbero, in confronto, più economiche.

L’impiego di manodopera americana in America è stata una delle promesse che Donald Trump ha fatto ai suoi elettori, in gran parte uomini bianchi appartenenti alla classe operaia e alla classe media, con uno stipendio annuo di meno di 50 mila dollari e nessuna laurea: una categoria di persone, quella dei bianchi poveri, spesso ignorata dal Partito Democratico – ormai da anni il partito delle minoranze e dei bianchi ricchi delle grandi metropoli – la cui situazione economica e sociale è notevolmente peggiorata con l’emergere dell’economia globalizzata e la scomparsa delle fabbriche in cui era tradizionalmente impiegata.