La Shell ci Snobba: lo fa a Torto o a Ragione?

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500 milioni di euro, 870 stazioni di carburante e 3 tra le più importanti famiglie italiane. Ecco gli ingredienti di una complessa operazione che, secondo Il Mondo, è stata in procinto di partire questa estate e sembrava dovesse coinvolgere le famiglie Moratti (Saras), Garrone (ERG) e Brachetti Peretti (API).

Per capire di cosa si tratta facciamo un salto indietro. È il 15 Aprile e la Royal Dutch Shell plc, o più semplicemente nota a tutti come Shell, colosso petrolifero mondiale da 208 miliardi di capitalizzazione e 460 miliardi di fatturato annui, rilascia un comunicato in cui dichiara di prendere in considerazione la vendita del suo “Distribution Downstream business” in Italia. Per chi non fosse pratico, Shell intende vendere per intero la sua rete di distribuzione di carburante nel nostro Paese. La notizia fa il giro del mondo, ma non fa grande scalpore. In particolare Shell non lascia spazio a dubbi, la motivazione è chiara ed esplicita nel comunicato: “La vendita potenziale è in linea con la strategia di concentrare il business della distribuzione dove può essere più competitivo”. Nelle righe successive Shell riconferma l’importanza strategica dell’Italia e sottolinea le forti opportunità di crescita in altri settori della penisola.

Ma cosa intende Shell per competitività?

Domanda non banale; esistono due facce della medaglia su cui confrontarsi. La prima non sorprende. L’Italia, ormai per definizione, è un Paese non competitivo. Il 30 Maggio, l’IMD, una delle più prestigiose Business School a livello internazionale, ha pubblicato il suo 25esimo ranking della competitività su 60 paesi e, con sugli scudi le politiche di austerity, siamo riusciti a conquistarci la palma dei “perdenti”, ovvero tra i Paesi che hanno perso più di 5 posizioni rispetto all’anno precedente. Per l’esattezza, dalla 40 esima alla 44esima.

Il secondo aspetto infonde invece ottimismo. Non siamo infatti gli unici ad essere stati inseriti nella black list di Shell. È già infatti successo di recente a Paesi virtuosi come Finlandia e Svezia, quest’ultima 4° nella classifica IMD. La motivazione starebbe negli scarsi margini realizzati dal gruppo petrolifero in questi Paesi, dovuti, tra le altre cose, stando a quanto riferisce il Financial Times, ad un miglioramento degli standard di efficienza delle autovetture in circolazione e alla sempre più crescente competizione di mezzi ecologici. Ed in effetti il trend è evidente in tutta Europa e spiegherebbe le scelte del gruppo anglo-olandese di orientare la distribuzione verso Paesi meno sviluppati.

Primi tra i perdenti, e se invece stavolta avessimo vinto noi?