La Teoria dei Tassi di Cambio Spiegata da un Big Mac

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Il tasso di cambio è un po’ come la ragazza più bella del paese: tutti ne parlano, ma in pochi la conoscono veramente. È definito come il numero di unità di moneta estera che si possono acquistare con un’unità di moneta nazionale. Con un euro quanti dollari siamo in grado di comprare? La risposta a questa domanda è il motivo per cui un europeo in vacanza negli Stati Uniti potrebbe al momento permettersi una cena al ristorante in più rispetto a quanto non potrebbe fare in Europa. La grande importanza che il tasso di cambio gioca negli equilibri economici mondiali è positivamente correlata alla quantità di studi condotti in materia. Tra questi ultimi troviamo anche il cosiddetto Big Mac Index, indice creato nel 1996 da The Economist e d’allora pubblicato con cadenza annuale.

L’indice si basa sulla teoria della parità dei poteri di acquisto (PPP) secondo cui, nel lungo periodo, il tasso di cambio in due Paesi con valute differenti dovrebbe tendere ad aggiustarsi in modo tale da equalizzare il prezzo di uno stesso paniere di beni e servizi. Nel nostro caso, il paniere di beni è rappresentato da un Big Mac, tradizionalmente venduto nei negozi McDonald’s di tutto il mondo con le medesime caratteristiche. Ciò ci consente dunque di procedere a una comparazione tra valute e di ottenere risultati significativi. Ad esempio a gennaio 2014, il costo di un Big Mac negli Stati Uniti era pari a $ 4.62, mentre in Cina, nello stesso periodo, il medesimo prodotto era acquistabile per soli $ 2.74. Il rapporto di parità di poteri di acquisto si ottiene dividendo il costo di un Big Mac nella seconda nazione per il costo nella prima: 2,74$/ 4.62 $ = 0,58. Dato che quest’ultimo valore è minore rispetto al tasso di cambio nel periodo considerato (1 dollaro = 6,2274 yuan), lo yuan risulta sottovalutato rispetto al dollaro.

Tuttavia i più critici sottolineano come, in generale, sia normale aspettarsi, a parità di beni, prezzi più bassi nei Paesi meno sviluppati dove il costo del lavoro è più basso. Il Big Mac Index indica ad esempio, con riferimento all’esempio precedente, solamente il comportamento che nel lungo periodo ci si attende dal tasso di cambio a mano a mano che la Cina diventa più ricca, nulla invece dice sul tasso di equilibrio attuale. A questo scopo la relazione tra il PIL pro-capite e il livello dei prezzi potrebbe rappresentare una guida migliore per il valore corrente ottimale della valuta.

A questo scopo è stato ideato un indice aggiustato che tiene conto della relazione ideale che dovrebbe esistere tra l’indice dei prezzi del Big Mac ed il PIL pro-capite per 48 Paesi. La linea di tendenza generata viene utilizzata dunque come parametro per valutare l’andamento del tasso di cambio utilizzando i discostamenti dei prezzi attuali dai valori predetti. Tuttavia l’indice, nonostante sia oggi ampiamente utilizzato anche in letteratura, presenta alcuni limiti. Innanzitutto Paesi differenti sono generalmente caratterizzati da una diversa domanda di Big Mac, sulla quale si basa la definizione dei prezzi finali. Inoltre società differenti sono caratterizzate da una differente disponibilità a pagare la quale è determinata in larga parte dai costumi e dalle abitudini locali. Infine è la stessa casa madre McDonald’s ad applicare strategie commerciali differenti tra i vari Paesi, determinando così una diversa distribuzione dei costi fissi e dunque livelli di prezzo disomogenei.

Nonostante ciò, dall’idea del Big Mac Index è nata quella che oggi si usa chiamare la Burgereconomics. Lo scopo di quest’ultima è quello di rendere la teoria dei tassi di cambio più facilmente digeribile anche ad un pubblico di non addetti al settore, presentandosi così come una teoria, seppur non formalmente elegante, utile per la diffusione della conoscenza economica su larga scala.