La Voce del Reporter: Intervista a Domenico Quirico

domenico quirico

Secondo la classifica del Global Peace Index la Siria è divenuto il Paese più pericoloso al mondo. Sette anni d’instabilità politica e guerra civile l’hanno fatta piombare dall’88° posto della lista (su 162 nazioni) fino al vertice.  Il confine turco, l’unica area dalla quale è possibile raggiungere Damasco dall’Europa, è una zona franca costellata da campi profughi. Con l’avanzata dello Stato Islamico, divenuto tristemente celebre per le manifestazioni di violenza che ha mostrato all’Occidente via Internet, ricevere notizie chiare e attendibili da quella regione è divenuto praticamente impossibile.

Al confine, oltre ai profughi, ci sono presidi di giornalisti che cercano di ricevere notizie da Damasco. Domenico Quirico è il caposervizi esteri del quotidiano torinese La Stampa, è stato per anni corrispondente da Parigi e poi ha lavorato come inviato di guerra in Africa e Medio Oriente. Il 9 aprile 2013 è stato rapito insieme a Pier Piccinin da Prata, uno storico belga, mentre si trovava in Siria per seguire la rivoluzione. Venne liberato l’8 settembre 2013, dopo circa cinque mesi di sequestro, grazie ad un intervento coordinato dallo Stato italiano. Lo abbiamo intervistato per cercare di capire com’è il ruolo del reporter oggi, alla luce dell’instabilità che in molte aree del Mondo impedisce una diffusione di informazioni e notizie non censurate nonostante i progressi dell’era digitale garantiscano la possibilità di avere aggiornamenti in tempo reale da ogni parte del pianeta.

Come è cambiato nel corso degli ultimi anni il lavoro dell’inviato all’estero da carta stampata?

Ci sono dei paesi ormai in cui i giornalisti non possono più andare. Questa è la grande novità del mio mestiere negli ultimi 10 anni. Fino a 15 anni fa io potevo andare in ogni luogo del pianeta, bastava avere un po’ di coraggio e potevo mescolarmi a qualunque movimento indipendentista, ribelle o rivoluzionario con la certezza che tra me -come inviato di giornale occidentale- e loro c’era una forma di comunicazione. C’era un terreno comune su cui potevamo parlare, che potevo testimoniare e che loro avevano interesse che io testimoniassi. Oggi in molti paesi non è più possibile andare. Il reportage libero rischia di diventare impossibile in molti luoghi perché non siamo più di fronte a ideologie ma a fanatismi religiosi o tribali che non hanno nessun interesse a farsi raccontare da noi.