L’Aeroporto è Magnifico, ma Berlino di Più

Poi ci sono io, che prima di affrontare il metal detector devo dare sfogo alla mia dipendenza da croissant facendo almeno due colazioni. Non perché abbia fame, si tratta di un’estremamente professionale analisi comparata delle brioches MyChef e Motta Milano. A Linate vince Motta Milano, per dire. Farcita di burro e miele mi dirigo dai miei nemici in divisa, con il sorriso di una che non ha calamite nella borsa ed è pronta a firmare un tacito armistizio con la sicurezza aeroportuale. Memore dell’esperienza britannica, mi preparo a togliere le scarpe sfoggiando il mio sexy calzino e a slacciare qualsiasi forma di bracciale o catenina avvolto intorno alle mie appendici, quando noto che nessuno lo fa e non me la sento di sconvolgere questo silenzioso equilibrio.

Passo sotto il baraccozzo e questo ovviamente inizia a emettere suoni inquietanti lampeggiando rosso come un balcone all’immacolata. Io impanicata mi blocco e noto che due agenti mi stanno squadrando come se fossi un piccolo Titti pelato e loro due felidi bianchi e neri che parlano come Jovanotti. Farfuglio qualcosa proponendo di togliermi il tiffany, la cintura, gli anfibi, il perizoma. Mi vedo già perdere un’altra mezz’ora a causa del portaspazzolino di forma fallica col quale rischio di causare un’epidemia di autoerotismo in alta quota quando i due agenti fanno un cenno di annoiato assenso con la testa e mi invitano a passare tranquillamente oltre.

Ora, capisco che non ho proprio la faccia da terrorista sciita, ma avrei potuto nascondere una granata nel reggiseno o un AK47 nella Trussardi e nessuno l’avrebbe mai saputo. Non una perquisizione, non una palpata, va bè. Pace fatta. All’imbarco ho la consueta fortuna di essere la terza alla quale devono spedire il bagaglio a mano perché da due trolley prima di me non c’è più posto. L’adorabile coppia gay che mi precede è notevolmente irritata. “Non è possibile!” dice uno. “Ma scusa, sentilo, non mi dirai che è troppo pesante!” commenta l’altro. “Non è il peso, lo sai, sono le dimensioni che contano” ribatte il primo. Segue risatina. Capisco che sto invadendo la loro intimità e approfitto del malcontento generale per infilarmi nel corridoio che porta all’aereo, ovviamente in compagnia del mio bagaglio a mano.