L’Aeroporto è Magnifico, ma Berlino di Più

L’entusiasmo adrenalinico per aver eluso le imposizioni dell’hostess di terra e la consapevolezza di avere il posto accanto al finestrino si scontrano in un tragico frontale con la scoperta di essere seduta di fianco a una coppia e davanti a un gruppo di gioviali ventenni partenopei.

Quanto al primo dramma, si risolve prima del previsto. Lei ha paura del decollo, è visibilmente farcita di Xanax e nonostante questo inizia a leggere compulsiva la scheda con le cose da fare in caso di ammaraggio, distacco dell’ala, suicidio del pilota. Sembra essersi tranquillizzata quando con lo sguardo mi sorpassa e constata che siamo esattamente sull’ala sinistra. Il panico ricomincia e lui, tipico intellettuale stempiato con occhiale da presbiopia e maglioncino ocra reduce da caloroso abbraccio con una cucciolata di tarme, la rasserena finché lei non crolla sotto l’effetto soporifero della sua voce monocorde. O forse dello Xanax.

Lui, visibilmente sollevato, si mette a leggere. Sarà il Castello di Kafka, penso, l’Introduzione al narcisismo di Freud, qualche saggio storico che rinneghi l’esistenza dei gulag. Ruota la copertina nella mia direzione e noto con sgomento che il mio plausibile filosofo non è che l’ennesima vittima neurologica di Fabio Volo. Respiro. Il secondo -appena diventato terzo- dramma deriva invece dai gioviali ventenni di cui sopra che pur essendo vicini di posto (mi sono anche girata a controllare) parlano fra loro con un tono di voce che ricorda quello della zia di mia madre, che al telefono grida proporzionalmente alla distanza fisica che c’è tra te e lei, e che disgraziatamente abita a Roma.

Io, che mi sono svegliata alle 5.30 e ho preso un taxi con conducente sotto anfetamine che ha voluto chiacchierare per tutti i 45 minuti di viaggio, vorrei anche dormire. E invece no, perché l’allegro gruppo vacanze non solo si lancia in coraggiose previsioni di abbordaggio, accecato dal prototipo della tedesca-Heidi Klum quando dopo i 25 è più probabile imbattersi nella tedesca-VonBismarck, ma ci tiene anche moltissimo a tenere tutto l’aereo informato in tempo reale su altitudine e pressione atmosferica alle quali stiamo viaggiando. È un tripudio di “Uààà ma le milless so’ i metri o i chilometri?

Là dice 500, stà a rallendà, nun è che facimm’ o ammaragg’ into fium’?”. Sperando che la mia vicina non si risvegli centuplicando la difficoltà di gestire la situazione di panico multilingue, il momento dell’atterraggio arriva e con esso il mio sgattaiolare all’uscita alla ricerca di un tassista che mi porti in centro città con una tariffa da persona straniera ma comunque parte della stessa unione monetaria. Ah, sono appena arrivata a Berlino.

Se escludiamo il taxista pakistano che guida nella corsia dei bus, sorpassa a destra facendomi per un attimo venire il dubbio che la guida sia anglosassone e scatarra in un fazzoletto foriero di tisi a ogni semaforo rosso, il mio tragitto in taxi è inspiegabilmente piacevole. Il pensiero della tariffa viene completamente annichilito dall’inevitabile scatto di curiosità culturale che mi possiede ogni qualvolta metto piede in una città mai vista prima, così sfoggio un inglese più base possibile e chiedo a Gilgamesh di passare davanti a qualche punto d’interesse. Partiamo dall’aeroporto di Tegel, attraversando per qualche minuto quella che era di fatto l’enclave di Berlino ovest.

È una metropoli, densamente popolata, con ampie zone industriali e i celebri Plattenbau, quei prefabbricati tanto antiestetici quanto necessari a rispondere alle esigenze di rapida edificazione postbellica. Intravedo parchi, musei e ciò che resta del muro per poi approdare nella zona est, più residenziale, vivibile, elegante grazie a qualche tratto superstite di neoclassicismo. Cerco di carpire più dettagli possibili, dall’assenza delle strisce pedonali alle corsie riservate ai ciclisti fino ai lampioni: il capitalismo dell’ovest ha portato l’illuminazione elettrica, dal colore freddo ma decisamente più ecosostenibile; la parte est ha invece mantenuto il calore dei lampioni a gas, pagando con una certa dose di inquinamento il prezzo della suggestione turistica.