Le Ambizioni Politiche degli Stati del Golfo Potrebbero Danneggiare la Loro Economia

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C’è una certa ironia nella crescita di potere che gli stati del Golfo hanno ottenuto negli ultimi anni. Il prestigio internazionale dato da investimenti esteri e da interventi militari in conflitti regionali sono tutto ciò che questi stati hanno da sempre desiderato. Ora che hanno raggiunto questi obiettivi, il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti si trovano di fronte al problema di mantener vivo il loro dominio senza però dover distruggere il vicinato.

Le politiche estere e internazionali di questi stati sono infatti sempre più in disaccordo con i loro interessi economici. Venti o trenta anni fa, la situazione di conflitto interna al Medio Oriente significava tempi economici migliori per i paesi del Golfo. I prezzi del petrolio salivano, Dubai poteva ospitare negoziazioni illecite di armi e la relativa calma delle acque del Golfo attirava i medio orientali in cerca di un posto dove mettere al sicuro gli investimenti o di un rifugio da dove continuare a fare opposizione politica. Dagli anni ‘60 agli ‘80, gli stati del Golfo sono stati il porto sicuro dove gli arabi espatriavano in cerca di lavoro nel campo dell’educazione o della sanità.

LA SITUAZIONE ECONOMICA

Ma i tempi sono cambiati. L’economia degli stati del Golfo è drasticamente cambiata dall’inizio del secondo boom petrolifero, cominciato nel 2003 e terminato due anni fa. Raggruppati nel blocco commerciale chiamato Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), i paesi che si affacciano sul Golfo Persico sono ora maggiormente integrati nei flussi regionali e internazionali che riguardano commercio ed investimenti.

Il loro mercato del lavoro non è dipendente da quello di altre nazioni arabe, grazie all’afflusso e alla preferenza dagli anni ’90 di lavoratori provenienti dall’Asia. Nel frattempo, i cittadini che vivono nelle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa (Middle East and North Africa, abbreviato con MENA) sono sempre più dipendenti dai membri della famiglia che lavorano negli Stati del Golfo perché fonte di denaro. Nello stesso tempo, i mega progetti che hanno permesso lo sviluppo delle infrastrutture negli stati della GCC nell’ultima decade sono dipesi da investimenti fatti da ricchi costruttori provenienti dall’estero.

Gli investimenti fatti dalla GCC nei mercati azionari, specialmente in quelli europei e statunitensi, hanno favorito l’integrazione globale della cooperazione. Inoltre, i capitali monetari diretti all’estero vengono destinati ad infrastrutture, agricoltura e beni immobili nella regione del MENA. Gli investimenti del GCC si trovano anche in posti insoliti, ad esempio in capitali condivisi con storici avversari come l’Iran.

I numeri parlano da soli. I flussi annui in entrata al GCC da parte di investitori stranieri sono aumentati di più di 30 miliardi di dollari dal 2001.

Con il prolungato declino del mercato del petrolio, sono aumentate le difficoltà per assicurare stabilità e continui flussi finanziari.

Bisogna infatti ricorda che l’influenza economica che gli stati del Golfo hanno sulla regione si basa su grandi flussi di capitale (solitamente un misto di sovvenzioni straniere e investimenti privati gestiti dai corpi statali). Questo ha permesso alla GCC di escludere le istituzioni internazionali dall’influenzare le riforme economiche attorno alla regione del MENA, specialmente in Egitto e negli altri paesi importatori di petrolio. Almeno fino ad oggi.

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Crescita dei commerci della GCC. World Bank

LA SITUAZIONE POLITICA

Politicamente, la GCC è coinvolta in numerosi interventi volti a sedare i disordini e le minacce che potrebbero minare la prosperità economica della regione. Gli stati del Golfo hanno soppresso con successo la primavera araba nei propri stati, rafforzando così i loro programmi di sviluppo. Per contrasto, gli interventi fatti in Siria, Egitto e Libia hanno causato il caos, portando a rischio la stabilità della regione.

Nell’ultimo anno, le politiche estere degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita hanno mirato specificatamente alla stabilità politica ed economica dell’Egitto e del Libano. In Egitto, il tentativo è stato quello di supportare l’amministrazione Sisi, dando l’opportunità ad istituzioni legate allo stato di investire nello sviluppo e nella costruzione delle infrastrutture egiziane.

In Libano, è stata punita la classe politica perché ritenuta vicina alle politiche iraniane. La GCC ha infatti bloccato gli aiuti militari e invitato i propri cittadini a non investire denaro o viaggiare in Libano.

Inoltre, la politica estera degli stati del Golfo non ha risparmiato la Libia, la Siria e lo Yemen, coinvolti in aiuti militari inviati o scontri diretti.

Ognuno di questi interventi prevede un costo imponente per gli stati del Golfo. Nel futuro prossimo, dovranno essere più saggi nel confrontare le politiche estere alla perdita di capitali, promuovendo la stabilità invece che il conflitto. E dovranno farlo il prima possibile, pena la perdita del potere accumulato finora.