L’E-commerce e il Futuro della Cyber Jurisdiction

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Da qualche anno a questa parte il numero delle transazioni online ha visto una vera e propria crescita esponenziale. Internet ha invaso ogni aspetto della nostra quotidianità e le aziende ne hanno cavalcato l’onda. Basti pensare alle centinaia di siti e “App” che permettendoci di comprare e vendere beni o servizi in un solo clic, o comodamente dello smartphone, hanno rivoluzionato le nostre vite e l’intero mondo del commercio accorciando enormemente le distanze e velocizzando gli scambi cross borders. Quante volte, ad esempio, ci è capitato di ordinare un libro da Amazon o un oggetto da eBay che si trovava nel Regno Unito, in Germania, o addirittura negli Stati Uniti?

In questo modo, però, la possibilità che sorgano controversie si moltiplica: l’oggetto acquistato potrebbe arrivare in ritardo, danneggiato o addirittura non arrivare. Ma come risolvere queste dispute transnazionali? Sarà molto improbabile che i cittadini si rechino in tribunale per questioni di così basso valore: i costi, le distanze e la lentezza dei processi civili infatti sarebbero proibitivi. Da più parti quindi si è sentita l’esigenza di creare delle cosiddette “model laws“, ossia norme modello sovranazionali in grado di rispondere efficacemente ed uniformemente a questo problema, da un lato tutelando gli interessi dei consumatori e dall’altro garantendo rapidità ed efficienza alle imprese al fine di favorire crescita e sviluppo economico globale.

In particolare, l’idea supportata da molti esperti è quella di applicare i cosiddetti ADR (alternative dispute resolution), ossia mezzi alternativi di risoluzione delle controversie, come arbitrato, mediazione e negoziazione assistita, alla risoluzione di conflitti sorti sulla rete, sia a seguito di transazioni B2C (business to consumer) che B2B (business to business) Ed è proprio questo quello che sta tentando di fare il Working Group tematico, denominato proprio “online dispute resolution”, istituito ormai tre anni fa’ presso la commissione delle Nazioni Unite per il diritto del commercio internazionale (UNCITRAL) che, passo dopo passo, ci sta traghettando verso la Cyber Jurisdiction.

Nonostante l’obiettivo di instillare fiducia nell’e-commerce rendendolo un mezzo più sicuro ed efficiente sia condiviso da tutti, i lavori purtroppo procedono a rilento. È innegabile infatti la grande difficoltà di conciliare diversi sistemi giuridici e posizioni da sempre pro business come quelle degli Stati Uniti, con quelle quasi religiosamente consumer-protective dell’Unione Europea e dei suoi Stati Membri. Lo scheletro del sistema ideato è comunque ben chiaro: una volta sorta una disputa fra venditore e compratore, ci si rivolgerà ad appositi provider telematici, che inizialmente tenteranno di risolvere la controversia instaurando un procedimento di negoziazione assistita fra le parti e, solo nel caso in cui non si abbiano esiti positivi, rimanderanno la soluzione del caso ad un terzo “arbitro virtuale” che deciderà la questione in modo più o meno vincolante.

Per la realizzazione e l’adozione di queste norme bisognerà attendere ancora qualche anno e per il momento parlare di giustizia telematica può sembrare quasi fantascientifico, ma in un futuro prossimo in cui la maggior parte degli acquisti quotidiani verrà effettuata online, il successo dei nostri business e la tutela dei nostri diritti dipenderà in larga misura proprio da queste norme, che saranno quindi in grado di condizionare enormemente la vita di ognuno di noi.