Le Foibe e quel Negazionismo di cui non ci Curiamo più

foibe

Dal 30 marzo del 2004 ogni 10 febbraio la Repubblica italiana celebra la solennità civile nota come Giorno del Ricordo, in memoria delle vittime degli eccidi delle foibe e dell’esodo istriano-dalmata che riguardò quelle provincie italiane passate alla Jugoslavia socialista dopo la Seconda guerra mondiale, a coronamento di un dibattito storiografico e parlamentare dai toni molto accesi che risaliva per sommi capi già al Secondo dopoguerra. Dopo 60 anni di silenzi istituzionali, si è finalmente istituita una ricorrenza in memoria di tutti quei connazionali che caddero vittime delle milizie di Tito durante e dopo il conflitto mondiale, e anche di tutto coloro che furono costretti a lasciare le proprie terre di origine a causa della jugoslavizzazione forzata che il governo di Belgrado impose.

A fronte di questa lodevole iniziativa delle istituzioni, che pone rimedio ad una conoscenza minima di questi tragici eventi presso l’opinione pubblica e che finalmente pone fine alla memoria selettiva inerente tali fatti, rendendo giustizia, seppur 60 anni dopo, a delle vittime che spesso e volentieri hanno dovuto subire oltre all’esodo e alla perdita di dei congiunti l’infamante accusa di essere dei fascisti in fuga dalla giustizia popolare dei partigiani jugoslavi, accusa di cui l’estrema sinistra non ha mai lesinato la divulgazione. La tragedia degli italiani d’Istria e Dalmazia ebbe il suo inquietante preludio all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, in seguito al quale si verificò un vuoto di potere che permise ai partigiani di Tito di subentrare alle autorità italiane in diverse aree della penisola istriana, instaurando i c.d. “poteri popolari” e mettendo in atto i primi episodi di violenza contro la popolazione, che si fermarono solo con l’arrivo delle truppe tedesche nell’ottobre del 1943.

In questo mese vennero uccise circa 500 persone, e non solamente esponenti del Partito Nazionale Fascista, ma anche insegnanti, sindaci, ed altri membri di spicco della comunità italiana. Il primo maggio del 1945 l’Operazione Trieste lanciata dal maresciallo Tito portò i suoi frutti, arrivando ad occupare la città giuliana e dichiarandone unilateralmente l’annessione alla Jugoslavia. È all’indomani di questi avvenimenti che la violenza contro gli italiani delle provincie orientali raggiunse il suo acme: oltre alla fucilazione sommaria dei militari italiani catturati, l’OZNA (la polizia segreta jugoslava) procedette alla deportazione di migliaia di civili verso località come Bùccari, Sisak, Marésego e Stara Gradiška, per poi assassinare molti di loro e gettare i loro cadaveri in quelle cavità naturali tipiche dell’area carsica e note come foibe.

Le vittime erano solitamente appartenenti al corpo amministrativo italiano, e includevano anche i loro familiari, i loro amici, membri del clero (tra cui anche sacerdoti sloveni e croati), e più genericamente di tutti coloro che potevano a diverso titolo rappresentare l’italianità di quelle terre che sarebbero dovute diventare parte integrante del nuovo Stato jugoslavo. Le vittime di tali eccidi furono circa 10.000. Con l’annessione definitiva di Istria e Dalmazia alla Jugoslavia, stabilita dal Trattato di Parigi del 1947, ebbe inizio l’esodo della popolazione italiana ivi residente: a causa della discriminazione linguistica, religiosa, culturale ed economica, si calcola che circa 250.000 italiani abbandonarono le loro case per rifugiarsi sotto il tricolore.

All’oggi, di fronte alla commemorazione che lo Stato italiano ha deciso di offrire a queste vittime, si assiste al ritorno di fiamma di un odioso negazionismo, che ha i suoi esponenti principali nella giornalista Claudia Cernigoi, nella storica Alessandra Kersevan e nel giornalista Giacomo Scotti, e che tende a sminuire (se non proprio negare) gli eccidi delle foibe asserendo come essi riguardarono prevalentemente esponenti del fascio locale (affermazione non corrispondente alla realtà storica) e furono una reazione più o meno comprensibile agli anni di violenza che la popolazione jugoslava di Istria e Dalmazia ha dovuto subire durante il Ventennio fascista, oltre che ai crimini di guerra che le truppe italiane commisero durante l’occupazione della Jugoslavia. Innanzitutto, riferendomi alla prima considerazione, bisogna dire che contiene una verità difficilmente oppugnabile: il regime fascista oppresse linguisticamente e culturalmente le minoranze slovene e croate presenti sul suolo italiano con una abietta politica di italianizzazione e con violenze ed intimidazioni ai loro danni, aspetto di cui non è lecito nascondere la memoria e neppure sminuire la gravità oggettiva. Per ciò che invece concerne la seconda affermazione, ricorderei come se da un lato è un dato di fatto che i soldati italiani di stanza in Jugoslavia ebbero una condotta mediamente brutale (per quanto molto meno violenta di quella dei tedeschi) e si macchiarono di gravi crimini come distruzione di villaggi, fucilazione di ostaggi e deportazione di civili, lo è altrettanto che alcuni di questi crimini avvennero anche in seguito alle atrocità commesse dai partigiani jugoslavi a danno dei militari italiani caduti vivi nella loro mani, e all’intensificarsi di una guerriglia partigiana che nella sua condotta bellica violava sistematicamente ogni legge, norma e convenzione allora vigente, aspetto evidenziato da storici alieni da qualsivoglia simpatia verso il fascismo o l’ultranazionalismo (come Giorgio Rochat, Federica Saini Fasanotti e Marco Cuzzi per citarne qualcuno).

Che il negazionismo e il riduzionismo inerenti ai massacri delle foibe abbiano ben pochi elementi di verità storica lo ricorda in modo molto eloquente lo storico Raoul Pupo, quando dichiara che “Del tutto prive di senso si sono così dimostrate le ipotesi negazioniste — già dominanti nella storiografia iugoslava — che avevano ripreso, trasformandolo in ‘verità di Stato, il giudizio espresso fin dal 1945 dal governo di Tito, secondo il quale “da parte del governo jugoslavo non furono effettuati né confische di beni, né deportazioni, né arresti, salvo che […] di persone note come esponenti fascisti di primo piano o criminali di guerra””. Lascia perciò molto perplessi il fatto che, nonostante un quadro così delineato, la tendenza a minimizzare o a negare queste tragedie non sia ancora scomparsa del tutto.